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aprile 1998
Venite a Cristo

Venite a Cristo

Margaret D. Nadauld
Presidentessa generale delle Giovani Donne

Noi vogliamo venire a Cristo, perché è soltanto in Lui e tramite Lui che possiamo ritornare al Padre.

Margaret D. Nadauld

All'arrivo della Pasqua gioiamo sempre per l'invito più importante che sia mai stato rivolto all'umanità. È l'invito a venire a Cristo. È un invito rivolto a tutti. Le Scritture sono piene di questo glorioso invito, riassunto in modo esemplare in un inno:


Venite a Cristo che vi consola
se dal peccato è oppresso il cuor;
anche se afflitti da gran soffrire,
udiamo il Redentor»
(«Venite a Cristo», Inni, No. 69)

Il Salvatore porge il Suo generoso invito semplicemente perché ci ama e sa che abbiamo bisogno di Lui. Egli può aiutarci e guarirci. Egli ci capisce proprio per le esperienze che ha fatto: «Ed egli andrà soffrendo pene e afflizioni e tentazioni di ogni specie . . . affinché egli possa conoscere . . . come soccorrere il suo popolo nelle loro infermità» (Alma 7:11­12). Noi vogliamo venire a Cristo perché è soltanto in Lui e tramite Lui che possiamo ritornare al Padre.

Molti anni fa accadde un fatto che ho sempre ricordato perché mi indusse a pensare alla missione del Salvatore. Anche se fu un semplice incidente occorso a un bambino, riveste un certo significato. Accadde quando i nostri gemelli avevano appena cinque anni. Stavano imparando ad andare in bicicletta. Guardando fuori della finestra li vidi passare lungo la strada ad alta velocità. Forse andavano troppo velocemente per le loro capacità, poiché all'improvviso Adam perse il controllo e fu vittima di una bella caduta! Rimase intrappolato tra i rottami della sua bicicletta. Vedevo soltanto un insieme di manubri, ruote, braccia e gambe. Il fratello gemello Aaron, che aveva veduto l'incidente, frenò bruscamente e scese dalla bicicletta, la lasciò cadere a terra e corse in aiuto del fratello a cui voleva tanto bene. I due gemelli erano davvero uniti. Se uno si faceva male, soffriva anche l'altro. Se si faceva il solletico a uno, ridevano entrambi. Se uno cominciava una frase, l'altro era in grado di finirla. Quello che sentiva uno, lo sentiva anche l'altro. Così fu doloroso per Aaron veder cadere Adam. Adam non aveva un bell'aspetto. Si era sbucciato le ginocchia. Sanguinava da una ferita alla testa. Era stato ferito anche nell'orgoglio e piangeva. Con le mosse gentili di un bambino di cinque anni, Aaron aiutò suo fratello a liberarsi dai rottami. Controllò le ferite, quindi fece la cosa più gentile che potesse fare: prese in braccio suo fratello e lo portò a casa. O cercò di farlo. Infatti non era cosa facile poiché naturalmente avevano la stessa corporatura; sforzandosi, sollevandolo un po', trascinò suo fratello e riuscì a raggiungere il portico davanti alla nostra casa. A questo punto Adam, il ferito, non piangeva più, ma piangeva Aaron, il soccorritore. Quando gli chiesi: «Perché piangi, Aaron?» rispose semplicemente: «Perché Adam si è fatto male». E così lo aveva portato a casa per aiutarlo. A casa, da qualcuno che sapeva cosa fare, da qualcuno che poteva disinfettare le ferite, fasciarle e fare star meglio suo fratello. A casa, dove c'era tanto amore.

Proprio come il gemello aiutò suo fratello nel momento del bisogno, così noi tutti possiamo essere sollevati, aiutati e a volte anche portati dal nostro amato Salvatore, il Signore Gesù Cristo. Egli sente quello che sentiamo noi; conosce i nostri sentimenti. La Sua missione aveva lo scopo di asciugare le nostre lacrime, disinfettare le nostre ferite e guarirci con il Suo potere. Egli può portarci a casa dal nostro Padre celeste con la forza del Suo ineguagliabile amore.

Sicuramente il Signore è felice, quando noi, figli Suoi, ci aiutiamo l'un l'altro, diamo un aiuto a qualcuno lungo il cammino, portiamo un'altra persona più vicina a Cristo. Egli disse: «In quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me» (Matteo 25:40). Egli vuole che siamo «disposti a piangere con quelli che piangono . . . confortare quelli che hanno bisogno di conforto» (Mosia 18:9), e che «per mezzo ci serviamo] gli uni agli altri» (Galati 5:13).

Le parole di Susan Evans McCloud illustrano bene questo concetto:


O Signor, ch'io possa amarTi
e seguire il Tuo sentier,
aiutando chi ha bisogno
nel Vangel più forza avrò.
Voglio amare i miei fratelli
e guarire il loro cuor,
i dolori alleviare
con perfetta carità.
Come un giorno Tu mi amasti,
gli altri anch'io voglio amar,
e trovando in Te la forza
servitore Ti sarò
(«O Signor, ch'io possa amarTi» Inni, No. 134).

Cari fratelli e sorelle, questi versi esprimono l'umile desiderio del mio cuore di impegnarmi con gioia nella missione, affidatami dal Signore, di camminare a fianco delle giovani donne nella Sua chiesa. Prego costantemente che nel Signore questa Sua umile serva possa trovare la forza di cui ha bisogno.

È la missione delle Giovani Donne, ed è il nostro più grande desiderio, aiutare le giovani a crescere spiritualmente e aiutare le loro famiglie a prepararle a venire a Cristo. Molte, molte di loro già percorrono il sentiero che porta a Lui. Per esempio, quando una volta chiedemmo ad alcune giovani cosa era piaciuto loro di pi&udell'amore [grave; della riunione sacramentale, una di esse rispose: «Il sacramento, perché mi ricorda Gesù e tutto quello che Egli ha fatto per me». Un'altra disse: «Non lascio mai la riunione sacramentale con il cuore vuoto. Mi piace tanto prendere il sacramento». Quando chiedemmo loro quanto spesso pregavano, molte risposero: «Mattina e sera». Pregano prima di un esame; pregano davanti alla tentazione. Leggono le Scritture. Queste brave giovani, oltre a preparare se stesse, continuano ad aiutare gli altri.

Consentitemi di leggere la lettera scritta da una persona il cui cuore è pieno di gratitudine per il loro servizio affettuoso:

«Le giovani donne del mio rione mi hanno letteralmente salvato la vita. Ero un giovane vescovo, appena ventinovenne, padre di quattro bellissime bambine in tenera età, una delle quali ancora piccola, quando il Padre celeste chiamò a Sé mia moglie. Chiesi ad ognuna delle nostre bambine quale effetto questo cambiamento avrebbe avuto su di loro. Le preoccupazioni espresse da Emily, di quattro anni, erano tante. Tra l'altro ella disse: «Chi mi pettinerà e mi farà i riccioli per andare in chiesa? Chi mi metterà a posto i nastri?» Era una domanda valida anche per me. Chi? Ero fermamente convinto che era necessario che la nostra vita fosse il più «normale» possibile per tutti noi, il che significava che avrei dovuto imparare un nuovo modo di vivere. Ero il loro padre e sarei stato il loro unico genitore. Mi rendevo conto che non possedevo la preparazione necessaria per fare anche da madre. Chiesi alle giovani donne del rione di insegnarmi almeno a pettinare le mie figlie. Esse vennero a casa mia numerose volte per impartirmi l'addestramento necessario. Mi mostrarono anche come provvedere alle necessità della mia bambina di sei mesi, insegnandomi anche a lavarle i capelli senza farle subire un trauma. Quando mi «laureai» ero in grado di pettinare, anche se in modo molto semplice, i capelli delle mie bambine. Ma, molto più importante delle capacità che mi insegnarono, quelle giovani mi infusero fiducia nelle mie capacità di padre delle mie figlie. Mi convinsero che potevo amarle, curarle, essere sempre pronto ad aiutarle, a prescindere dall'indirizzo che avrebbe preso la mia vita in futuro». Grazie, fratello Michael Marston, per la sua lettera piena di tenerezza.

Prego che i genitori di queste preziose ragazze siano sempre grati del compito che è stato loro affidato di guidare le loro figlie con amore. Possano le dirigenti di queste giovani donne comprendere l'importanza che il loro compito ha nell'eternità, e possa ogni giovane essere consapevole di quanto è fortunata di essere una figlia del Padre celeste che la ama e vuole che abbia successo!

Per concludere, consentitemi di esprimere la mia gratitudine. Prima di tutto gratitudine per la casa della mia giovinezza, che era piena del genere di amore di cui Cristo parlava. Gratitudine per il privilegio di poter stare al fianco del mio caro marito Stephen, sempre pronto ad aiutarmi, a addestrarmi e a sostenermi; e piena di gratitudine per i preziosi figli il cui affetto e sostegno ci ispira, ci dà grande gioia e spesso ci è di guida lungo il cammino.

Porto testimonianza che se accettiamo l'invito a venire a Cristo troveremo che Egli può guarire tutte le ferite. Egli può alleviare i nostri fardelli e portarli per noi, e noi possiamo sentirci eternamente circondati dalle «braccia del Suo amore» (2 Nefi 1:15). Nel nome di Gesù Cristo. Amen.

 
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