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Aprile 1998
«Ecco, noi chiamiam beati quelli che hanno sofferto con costanza»

«Ecco, noi chiamiam beati quelli che hanno sofferto con costanza»

Anziano Robert D. Hales
Membro del Quorum dei Dodici Apostoli

Non possiamo pensare di imparare la perseveranza quando saremo più avanti negli anni, se ora abbiamo preso l'abitudine di arrenderci quando le cose diventano difficili.

Anziano Robert D. Hales

Le Scritture ci insegnano che è essenziale perseverare fino alla fine.

«Pertanto, se sarete obbedienti ai comandamenti e persevererete fino alla fine, sarete salvati all'ultimo giorno. E così è» (1 Nefi 22:31).

«Sii paziente nelle afflizioni, poiché ne avrai molte; ma sopportale, giacché tu vedi, Io ti accompagnerò fino alla fine dei tuoi giorni» (DeA 24:8).

«Ecco, noi chiamiam beati quelli che hanno sofferto con costanza» (Giacomo 5:11).

I profeti di ogni epoca ci mostrano esempi di perseveranza nella fede con il loro coraggio nel sopportare le prove e le tribolazioni per far conoscere la volontà di Dio. Il nostro Salvatore e Redentore Gesù Cristo è il più grande esempio. Mentre soffriva sulla croce nel Calvario, Gesù sentì la solitudine connessa con il libero arbitrio quando gridò a Suo Padre nei cieli: «Perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27:46) Il Salvatore del mondo fu lasciato solo da Suo Padre per poter compiere, di Sua propria volontà e scelta, un atto che Gli avrebbe permesso di portare a termine la Sua missione: l'Espiazione.

Gesù sapeva chi era: il Figlio di Dio. Conosceva il Suo compito: fare la volontà del Padre tramite l'Espiazione. La Sua prospettiva era eterna: «Fare avverare l'immortalità e la vita eterna dell'uomo» (Mosè 1:39).

Il Signore avrebbe potuto chiamare legioni di angeli per toglierLo dalla croce; invece soffrì con costanza e portò a termine l'opera per la quale era stato inviato sulla terra, permettendo così a tutti coloro che passano per questa vita terrena di godere delle benedizioni eterne.

Mi commuove il fatto che il Padre, quando presentò Suo Figlio ai profeti delle dispensazioni successive, disse: «Questo è il mio diletto figliuolo, nel quale mi son compiaciuto» (2 Pietro 1:17), o «Ecco il mio Figlio beneamato . . . nel quale ho glorificato il mio nome» (3 Nefi 11:7).

Nella nostra dispensazione il profeta Joseph Smith ha sofferto ogni tipo di opposizione e tribolazione per realizzare i desideri del nostro Padre celeste: la restaurazione della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Joseph fu perseguitato e cacciato dalla plebaglia inferocita. Sopportò con pazienza la povertà, le umilianti accuse e i maltrattamenti. Il suo popolo era cacciato a forza di una città all'altra, da uno stato all'altro. Fu ricoperto di catrame e piume. Fu accusato ingiustamente e messo in prigione.

Imprigionato a Liberty, nel Missouri, e scoraggiato per la sensazione che le avversità che egli e i santi dovevano sopportare non dovessero mai finire, Joseph pregò: «O Dio, dove sei? . . . Sì, o Signore, per quanto tempo ancora subiranno essi questi torti e queste oppressioni illegittime, prima che il Tuo cuore sia raddolcito verso di essi e . . . moss[o] a compassione nei loro riguardi?» (DeA 121:1, 3).

A Joseph fu risposto: «Figlio mio, pace alla tua anima; la tua avversità e le tue afflizioni non dureranno che un istante» (DeA 121:7).

Joseph sapeva che se avesse smesso di portare avanti questa grande opera, le sue prove in terra sarebbero state più facili. Ma non poteva smettere perché sapeva chi era, sapeva qual era lo scopo per cui era venuto sulla terra e aveva il desiderio di fare la volontà di Dio.

I pionieri che lasciarono le loro case a Nauvoo, nell'Illinois e in altre località e attraversarono le grandi praterie per insediarsi nella Valle del Lago Salato, sapevano chi erano: erano membri della chiesa del Signore da poco restaurata sulla terra. Conoscevano il loro scopo, la loro meta: non solo trovare Sion, ma fondarla. E poiché lo sapevano, erano disposti a superare molte tribolazioni perché ciò si avverasse.

Durante l'anno scorso mi sono commosso pensando a coloro che hanno compreso questa dottrina. Essi hanno sopportato fedelmente l'opposizione, le prove e le tribolazioni; e facendolo non solo sono stati rafforzati dalle loro esperienze, ma hanno anche rafforzato con il loro esempio quanti erano loro vicino.

Una giovane donna ha descritto le lezioni apprese durante la sua lotta per guarire dopo un incidente automobilistico nel quale aveva riportato gravi ferite al capo:

«Non sapevo quanto sono forte fino alla primavera del 1996. Ciò che avvenne in un solo pomeriggio ha completamente modificato i miei programmi di apprendimento. Un minuto prima ero tesa verso il futuro, come quasi tutti gli altri studenti universitari. Un minuto dopo la mia non era più una vita normale. Mi stavo rafforzando in un modo che non avrei mai immaginato . . . Ero sulla strada del riapprendere invece che dell'apprendere . . . Ho riappreso di nuovo a mangiare. Mandare giù un boccone era un'impresa difficile che ho dovuto riapprendere. Sono passata dal letto a una sedia a rotelle, a mantenermi in piedi e a camminare durante un periodo di cinque mesi . . . Durante l'anno scorso ho imparato molti importanti principi dalle diverse prove. Le preghiere ricevono veramente una risposta. Il digiuno dà forza alla mia famiglia. L'amore mi ha mantenuto in vita . . . Ho imparato nuove cose su me stessa. Ho scoperto quanto riesco a sopportare . . . Attraverso tutto questo ho imparato che sono molto più forte di quanto pensassi. Ho imparato che se abbiamo bisogno di aiuto, non c'è niente di male a chiederlo; tutti noi abbiamo dei limiti, dei punti di forza e delle debolezze . . . Anche se ho perso la maggior parte dell'anno scolastico, ho riconquistato la conoscenza e la tecnica che mi servirà più avanti nella vita; tutta la conoscenza . . . è «denaro contante» per me. Come un uccellino caduto dal nido, sto imparando a volare di nuovo» (lettera di Elizabeth Merkley).

Spesso non sappiamo quanto possiamo sopportare finché non abbiamo superato la prova della nostra fede. Il Signore ci dice anche che non saremo mai messi alla prova oltre ciò che possiamo sopportare (vedi 1 Corinzi 10:13).

Nel 1968 la Tanzania partecipò a una gara internazionale, rappresentata da un maratoneta di nome John Stephen Akhwari. Molte ore dopo che il vincitore aveva tagliato il traguardo, l'affaticato e incerottato Akhwari entrò nello stadio, ultimo dei concorrenti. Nonostante fosse esausto, sofferente per i crampi alle gambe, la disidratazione e la perdita dell'orientamento, una voce interiore lo aveva spinto a continuare, ed egli aveva continuato. Scrissero di lui: «Oggi abbiamo visto un giovane africano che dava l'esempio di quanto vi è di meglio nello spirito dell'uomo, sostenendo una prova che dà significato alla parola coraggio». Quando gli fu chiesto perché aveva voluto a tutti i costi portare a termine una corsa che ormai non poteva vincere, Akhwari rispose: «Il mio paese non mi ha mandato a ottomila chilometri di distanza per iniziare la corsa; il mio paese mi ha mandato qui per finire la corsa».

Egli sapeva chi era: un atleta che rappresentava la Tanzania. Sapeva qual era il suo scopo: finire la corsa. Sapeva che avrebbe dovuto resistere fino alla fine in modo da poter tornare con onore a casa in Tanzania. Lo stesso principio vale per la nostra missione in questa vita. Non fummo mandati quaggiù dal Padre celeste soltanto per nascere. Fummo mandati qui per perseverare e ritornare a Lui con onore.

Vivere nel mondo fa parte delle nostre prove della vita terrena. La prova è quella di vivere nel mondo senza soccombere alle tentazioni del mondo che ci allontanano dalle nostre mete spirituali. Quando ci arrendiamo e soccombiamo alle insidie del diavolo, possiamo perdere più della nostra anima. La nostra resa può causare la perdita delle anime che hanno stima di noi in questa generazione. La nostra capitolazione di fronte alle tentazioni può avere conseguenze sui nostri figli e familiari per generazioni a venire.

La Chiesa non si costruisce in una generazione. La crescita della chiesa si stabilisce con tre o quattro generazioni di fedeli santi. Trasmettere la forza della fede nel perseverare fino alla fine da una generazione all'altra è un dono divino di incommensurabile beneficio per la nostra progenie. Inoltre non possiamo perseverare fino alla fine da soli. È importante che ci aiutiamo, sollevandoci e rafforzandoci l'un l'altro.

Le Scritture ci insegnano che è necessario che ci sia opposizione in tutte le cose (vedi 2 Nefi 2:11). La questione non è se siamo pronti per le prove, ma solo quando. Dobbiamo prepararci per essere pronti per quelle prove che ci arrivano all'improvviso.

Fra i requisiti fondamentali per perseverare fino alla fine c'è la consapevolezza di chi siamo: siamo figli di Dio che hanno il desiderio di ritornare alla Sua presenza dopo la vita terrena; la consapevolezza dello scopo della vita: perseverare fino alla fine e ottenere la vita eterna; e vivere obbedendo con il desiderio e la determinazione di sopportare ogni cosa, avendo una prospettiva eterna. Una prospettiva eterna ci permette di superare l'opposizione nel nostro stato terreno e, infine, di raggiungere la ricompensa e le benedizione della vita eterna che ci sono state promesse.

Se siamo pazienti nelle afflizioni, le sopportiamo bene e confidiamo nel Signore per imparare le lezioni della vita terrena, il Signore sarà con noi per rafforzarci fino alla fine dei nostri giorni: «Chi avrà sostenuto [fedelmente] fino alla fine, sarà salvato» (Marco 13:13) e tornerà con onore al nostro Padre celeste.

Impariamo a perseverare fino alla fine imparando a portare a termine nostri compiti quotidiani, e semplicemente continuando a farlo per tutta la vita. Non possiamo pensare di imparare la perseveranza quando saremo più avanti negli anni, se ora abbiamo preso l'abitudine di arrenderci quando le cose diventano difficili.

Perseverare fino alla fine si applica a tutti i comandamenti di Dio. Il Signore ha chiamato i giovani ad essere missionari. I missionari non sono mandati soltanto affinché gli amici e i familiari gli facciano una festa di addio. Sono chiamati a servire con onore per poter tornare a casa con onore. Per fare questo sanno chi sono: missionari della chiesa del Signore. Conoscono il loro obiettivo: trovare e insegnare a coloro che sono pronti a ricevere il vangelo di Gesù Cristo e aiutare a istituire la Sua chiesa. Sviluppano la pazienza nel superare le prove e le tribolazioni che sicuramente arriveranno. Sono abbastanza umili da imparare nuove tecniche e sono determinati a perseverare fino alla fine.

Alcuni possono dire: «Come faccio ad essere un missionario e perseverare fino alla fine? Sono timido per natura, e quando devo parlare ad estranei divento nervoso e comincio a balbettare»; oppure: «Ho difficoltà a imparare e le lezioni sarebbero difficili per me». Il Signore non ci promette di toglierci i nostri difetti quando diventiamo missionari; ma facendo l'ulteriore sforzo che ci è richiesto sviluppiamo una maggiore capacità di affrontare i nostri difetti personali; e questa capacità di affrontare i problemi ci sarà necessaria in tutto il corso della vita nei nostri rapporti con gli altri, nel nostro lavoro e nelle nostre famiglie.

Tutti hanno dei lati che devono imparare a dominare. Solo che alcuni di questi sono più evidenti di altri. Mosè era timido e divenne un potente profeta. Il presidente Kimball aveva perso la voce a causa di un cancro; ma non si arrese e sviluppò la capacità di parlare di nuovo.

Quando serviamo come missionari e non ci concentriamo su noi stessi, ma sul lavoro del Signore e sull'aiutare gli altri, abbiamo una grande occasione di crescere e di maturare. Quando un giovane missionario lascia gli agi della sua casa e i suoi amici e impara a far parte del mondo reale, diventa un uomo e sviluppa una maggiore fede nel Signore, che gli sarà di guida.

Un missionario deve affrontare molti impegni che non ha mai affrontato prima. Facendo del suo meglio quando arriva non può assolvere la sua chiamata. Per perseverare deve fare meglio di quanto può fare al suo arrivo e sviluppare gli ulteriori doni che il Signore gli concede. Ascoltare il Signore e i dirigenti della missione e imparare a fare tutto ciò che è richiesto ai missionari richiede fede. Certo che è difficile. Questo è ciò che fa del nostro servizio un dono prezioso, ed è per questo che riceviamo grandi ricompense. Dobbiamo sapere chi siamo e realizzare il nostro obiettivo finale. Dobbiamo quindi decidere di superare tutti gli ostacoli con la grande determinazione di perseverare sino alla fine.

Quando accettiamo un incarico dobbiamo pensare: «Imparerò a portarlo a termine con tutti i mezzi possibili, facendo nella maniera del Signore. Studierò, chiederò, cercherò e pregherò. Posso continuare a imparare. Non mi arrenderò fino a quando lo avrò portato a termine». Questo è perseverare fino alla fine: portare a termine.

Perseverare è più che sopravvivere e aspettare che arrivi la fine. La perseveranza necessita di una grande fede. Nel Giardino di Getsemani Gesù «si gettò con la faccia a terra, pregando, e dicendo: Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi» (Matteo 26:39).

Abbiamo bisogno di grande fede e coraggio per dire in preghiera al Padre celeste: «Non come voglio io, ma come tu vuoi». La fede per credere nel Signore e perseverare porta una grande forza. Alcuni possono dire che, se abbiamo abbastanza fede, a volte possiamo cambiare le circostanze che sono causa delle nostre prove e tribolazioni. La nostra fede serve a cambiare le circostanze o a perseverare? Possiamo pregare con fede chiedendo al Signore di cambiare o mitigare gli eventi della vita, ma dobbiamo sempre ricordare che a conclusione di ogni preghiera dobbiamo essere consapevoli della necessità che sia fatta la Sua volontà (vedi Matteo 26:42). Fede nel Signore vuol dire anche aver fiducia nel Signore. La fede per perseverare è una fede basata sull'accettazione della volontà del Signore e delle lezioni apprese dagli eventi che ci accadono.

Se abbiamo fede nel Signore e ci concentriamo sull'eternità, riceveremo la forza per accettare qualsiasi prova ci viene data; poiché la vita sulla terra, come sappiamo, è solo un momento; e, se perseveriamo, godremo di questa promessa del Signore: «E, se osserverai i miei comandamenti e persevererai fino alla fine, avrai la vita eterna, che è il più grande di tutti i doni di Dio» (DeA 14:7).

Nessuno di noi sa quando arriverà la fine della sua vita sulla terra. Dobbiamo sviluppare la capacità di perseverare e di portare a termine i compiti che dobbiamo svolgere oggi, senza preoccuparci di quanto difficili saranno i giorni a venire.

Spero che saremo in grado di dire le stesse cose che Paolo disse a Timoteo: «Io ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede» (2 Timoteo 4:7).

«Ecco, noi chiamiam beati quelli che hanno sofferto con costanza» (Giacomo 5:11)

Non c'è nulla che dobbiamo sopportare che Gesù non capisca, ed Egli è in attesa che noi ci rivolgiamo al nostro Padre celeste in preghiera. Porto testimonianza che se ci mostreremo obbedienti e diligenti, le nostre preghiere saranno esaudite, le difficoltà diminuiranno, i timori svaniranno, la luce scenderà su di noi, le tenebre della disperazione si dissolveranno, e noi ci sentiremo vicini al Signore e saremo consapevoli del Suo amore e il conforto dello Spirito Santo. Prego che possiamo trovare la fede, il coraggio e la forza di perseverare fino alla fine, in modo da poter conoscere la gioia di ritornare fedeli tra le braccia del nostro Padre celeste. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.

 
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