Alla ricerca di un’identità

Monte J. Brough

Of the Presidency of the Seventy


Monte J. Brough
Senza dubbio, l’atmosfera che regna nella nostra casa è il fattore più importante che determina la nostra identità personale.

Avete mai fatto l’esperienza, mentre uscivate di casa per andare a un’attività dei giovani, di sentir dire a vostra madre: «Figliolo, ricordati chi sei»? E vi siete chiesti ogni volta: «Perché dice sempre la stessa cosa? E, a proposito, chi sono io?»

Anche altre persone hanno fatto questa importante domanda:

«E Mosè disse a Dio: ‹Chi son io?»1

«Allora il re Davide andò a presentarsi davanti all’Eterno e disse: ‹Chi son io, o Signore, o Eterno?»2

Tra gli stupendi e ricchi insegnamenti del presidente Howard W. Hunter troviamo questa asserzione: «La più importante ricerca del nostro tempo è la ricerca dell’identità personale e della dignità umana».3 Questa ricerca dell’identità personale è essenzialmente la ricerca di modelli che possiamo emulare nella nostra condotta. Con pochissime eccezioni, un giovane non può trovare dei modelli adeguati tra le persone che appartengono al mondo dello sport e dello spettacolo. Non soltanto questi personaggi non danno esempi positivi, ma spesso sono esattamente l’opposto del tipo di modelli che noi consideriamo accettabili. Avvicinarsi a queste figure contemporanee è costoso e improduttivo. Quasi sempre rimaniamo delusi quando ci avviene di osservare le norme vuote e confuse che sono in auge presso il pubblico in generale. Non dobbiamo quindi stupirci che gli spazi pubblici di tante città e paesi siano affollati di giovani che osservano le stesse vuote e confuse norme di comportamento personale.

Tuttavia vi sono innumerevoli modelli più vicini a noi, che possono esercitare un’influenza più profonda su ognuno di noi. La maggior parte di noi, con uno sforzo relativamente piccolo e a un costo minimo, può fornire alla propria famiglia un esauriente elenco di importanti modelli. Questo elenco può essere preparato dopo una modesta ricerca nella vita dei nostri antenati. Consentitemi di citarvi alcuni esempi.

Alcuni anni fa, come regalo di compleanno, mi rivolsi al programma FamilySearch® e rintracciai l’intero albero genealogico sino ad allora documentato di mia moglie. Fu un grave errore. Il computer rivelò che mia moglie discende da una famiglia reale europea. Da allora con lei non ho fatto più vita. E ora, forse per questa conoscenza della storia della sua famiglia, sono più portato a trattarla come la regina della nostra famiglia. Ma il problema più grande naturalmente è che i nostri figli hanno nelle vene sangue reale, il che, lo ammetto con tristezza, fa sì che io sia il solo «plebeo» della mia famiglia.

Manasseh Byrd Kearl, nato nel 1870 e cresciuto nelle vicinanze del Lago Bear nell’Utah settentrionale, ha narrato una storia meravigliosa, che è senz’altro molto istruttiva per i suoi discendenti dei quali faccio parte. Consentitemi di leggere dal suo diario:

«Quell’autunno papà comprò molti capi di bestiame da John Dikens. Dikens possedeva un grande allevamento lungo il Fiume Bear . . . Ricordo che Jimmie era andato a nord ad acquistare dell’altro bestiame e mandò a dire a papà che aveva bisogno di altro denaro. Papà mi chiese di portarglielo. La mamma mi cucì seicento dollari nella fodera della giacca e papà mi mise su un cavallo, dicendo: ‹Figlio mio, non scendere da questo cavallo finché non avrai trovato tuo fratello Jimmie; e tieni la bocca chiusa. Se qualcuno ti fa delle domande, non rispondere e non dire dove stai andando. Non dare questo denaro a nessuno se non a Jimmie, qualunque cosa ti dicano›. Ebbene, quando arrivai a DingleDell mi dissero che Jimmie era a Montpelier. Così andai a Montpelier da Joe Richs, un amico di mio padre. Egli mi disse che Jimmie era tornato a casa. Fratello Richs voleva che entrassi in casa per mangiare un boccone. Rifiutai la sua offerta dicendogli che mio padre mi aveva detto di non scendere da cavallo finché non avessi trovato Jimmie. Così rimasi a cavallo e presi la direzione di casa. Quando arrivai nella Valle del Fiume Bear quasi non riuscivo a camminare. Il signor Potter cercò di convincermi a fermarmi per riposare, ma io rifiutai di nuovo quell’offerta. Quando finalmente arrivai a casa, Jimmie mi fece scendere da cavallo e mi portò in casa di peso. La mamma pianse al pensiero che ero rimasto in sella mentre il cavallo percorreva più di centoventi chilometri».4

Consideriamo ora anche l’eloquente linguaggio di Gustave Henriod:

«Tu, caro lettore, non conoscerai mai i piaceri e le vicissitudini, le gioie e i timori, la felicità e la delusione, il dolore e la delizia, i desideri e le soddisfazioni, la speranza e la disperazione, l’ansietà e la contentezza, le sofferenze e gli incanti che sono tutte cose conosciute, o meglio lo erano nell’anno 1853 tra Omaha e Salt Lake City. Aggiogare ogni mattino un paio di buoi non ancora completamente addomesticati, piantare la tenda ogni sera, raccogliere escrementi di bisonte per cuocere il cibo, caricare e scaricare casse e coperte mattina e sera, in sella o a piedi per sorvegliare ogni notte il bestiame e rincorrere l’animale che si allontanava dall’armento durante il giorno, scavare trincee attorno alle tende per impedire che venissero allagate dalle improvvise piene, cantare gli inni di Sion, riparare un carro rotto, lavare i panni – e tutti dimenticavano la corda per i panni».5

Un altro importante attributo da emulare è l’umorismo di fronte alle difficoltà. Hannah Cornaby, che faceva parte degli emigranti del 1853, scrive:

«Erano passati esattamente tre anni da quel memorabile 1 giugno, quando arrivarono i nostri buoi. Lasciammo Keokuk. Vorrei poter dedicare una pagina alla descrizione della nostra partenza. I buoi erano selvatici, e aggiogarli fu la più divertente tragicommedia che avessi mai visto; tutti davano ordini e nessuno era capace di eseguirli. Se gli uomini non fossero stati dei santi, indubbiamente avrebbero cominciato a usare un linguaggio osceno e volgare. Ma i buoi, che non capivano l’inglese, ne facevano a meno. Ma era davvero comico vedere lo sguardo stupefatto di alcuni ingenui fratelli, che dopo aver lavorato per più di un’ora per aggiogare uno dei buoi dovevano tenere sollevata l’altra parte, mentre persuadevano l’altro bue a sottomettersi, soltanto per vedere poi il primo bue partire al galoppo trascinando il giogo, senza dare neppure un segno di volersi fermare.

Naturalmente nella vita dei nostri antenati c’erano anche conflitti politici e sociali, ma anche questi conflitti diventavano motivo di istruzione per il modo in cui venivano affrontati considerando le circostanze. Durante la guerra di rivoluzione americana John Davies era un lealista. Si era adoperato con successo per istituire la chiesa anglicana in America, che era diventata nota come Prima Associazione Episcopale di Litchfield. A quei primi immigranti era stato insegnato che, dopo la religione, la lealtà era la virtù cardinale più importante. Essi pensavano onestamente che nessuno, se non gli infedeli e i traditori, potesse osare parlare di rivoluzione contro la madre patria. Alcuni asserivano che qualsiasi tentativo di ottenere l’indipendenza dimostrava la più nera ingratitudine. Essi consideravano il re non soltanto il capo del loro stato, ma anche della loro religione.

John Davies racconta le difficoltà che incontrò nel costruire la prima chiesa a Litchfield, nel Connecticut, soltanto per vederla subito dopo danneggiata gravemente dai soldati della rivoluzione. Il suo bestiame fu in gran parte disperso dai rivoluzionari e gran parte delle sue proprietà fu gravemente danneggiata nelle dure persecuzioni che subivano coloro che erano rimasti fedeli al re. Ascoltate quanto segue riguardo a John Davies:

«Dopo la fine della guerra un uomo, che aveva svolto un ruolo attivo nel disperdere il suo bestiame e aveva commesso altri atti di rapina, diventò povero e, nella sua disgrazia chiese aiuto al signor Davies, il quale non soltanto lo perdonò del male che gli aveva fatto, ma lo soccorse liberalmente provvedendo alle sue necessità».7

Il primo marito di Tamma Miner, Albert, morì nel gennaio 1848 quando il loro figlio più piccolo non aveva ancora compiuto due anni e il più grande ne aveva appena quindici. Il padre di Tamma, Edmond, fu assassinato dalla plebaglia a Nauvoo, nell’Illinois, quando Tamma aveva trentadue anni e aspettava il nono figlio. La figlia Melissa morì durante le persecuzioni all’età di sette mesi; il figlio Orson morì di febbre quando ne aveva diciassette; un’altra figlia, Sylvia, morì a due anni. Il 10 giugno 1850 Tamma, con i cinque maschi e le due femmine che le rimanevano, iniziò il viaggio verso Salt Lake City attraverso le praterie. Gli scritti di Tamma contengono questa meravigliosa dichiarazione:

«Sono passata attraverso tutte le difficoltà, le persecuzioni, gli incendi, le devastazioni e le minacce e sono rimasta con i santi durante tutte le loro peregrinazioni dalla Contea di Huron a Kirtland, da Kirtland nel Missouri, poi nell’Illinois e quindi attraverso il deserto. Scrivo queste cose affinché i miei figli possano avere una piccola idea di quello che i loro genitori hanno passato. Spero che i miei figli saranno grati di queste poche righe, poiché mi sento altamente onorata di essere annoverata tra i Santi degli Ultimi Giorni».8

Tutti noi troviamo dei grandi esempi quando impariamo a conoscere la storia della nostra famiglia.

Recentemente ho conosciuto una signora, dirigente di una grande casa cinematografica, di religione israelita. Ovviamente è rimasta molto interessata dalla visita che abbiamo fatto insieme alla nostra biblioteca genealogica e dalla dimostrazione dell’impegno della Chiesa nel raccogliere e conservare i documenti genealogici provenienti da tutto il mondo. Al termine di questa visita ella mi fece una domanda: «Perché la vostra chiesa è tanto interessata alla genealogia?»

Le risposi: «Lasci che le risponda facendole a mia volta la stessa domanda: perché gli Ebrei sono interessati alla loro genealogia?»

Ella rimase un po’ stupita dalla mia domanda, poi rispose: «Perché? Ha un’importanza immensa. È il modo in cui conosciamo e manteniamo la nostra identità. È il modo che mi consente di sapere chi sono. La storia e la vita dei nostri antenati sono il cemento che tiene unita l’intera comunità ebraica». Poi concluse: «In quale altro modo potremmo sapere chi siamo?» Le risposi: «Questo è anche uno dei motivi per cui la nostra chiesa si interessa alla genealogia».

Miei fratelli del sacerdozio, come rispondiamo ora a questa domanda vecchia di secoli: chi sono io?

Prima di tutto noi siamo figli di Dio, creati a Sua immagine. Siamo membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Il nostro legame e identificazione con la Chiesa è stato mantenuto da molti nostri fedeli per più di un secolo e mezzo. Senza dubbio, l’atmosfera che regna nelle nostre case è il fattore più importante che determina la nostra identità di individui. Questo vale per le famiglie dei nostri genitori e per quelle dei loro genitori. Non è necessario uscire dalla nostra famiglia per trovare dei meravigliosi esempi da emulare, le cui norme elevate sono più che adeguate per noi che cerchiamo la nostra identità personale. Come l’anziano Russell M. Nelson ci ha detto questo pomeriggio, noi siamo figliuoli dell’alleanza.

Per le nostre famiglie abbiamo questa magnifica promessa:

«Pertanto così dice il Signore a voi, ai quali il sacerdozio è rimasto attraverso il lignaggio dei vostri padri –

Poiché voi siete eredi legittimi, secondo la carne, e siete stati celati dal mondo con Cristo in Dio –

Per questo la vostra vita ed il sacerdozio si sono conservati e debbono rimanere in voi e nel vostro lignaggio fino alla restaurazione di tutte le cose, di cui hanno parlato tutti i santi profeti fin dall’inizio del mondo».9 Nel nome di Gesù Cristo. Amen. 9

Mostra riferimenti

  1.  

    1. Esodo 3:11.

  2.  

    2. 2 Samuele 7:18.

  3.  

    3. Conference Report, aprile 1967, pag. 115.

  4.  

    4. Diario di Manasseh Byrd Kearl, copia in possesso dell’autore.

  5.  

    5.  Our Pioneer Heritage, a cura di Kate B. Carter, 20 voll. (Salt Lake City: Daughters of Utah Pioneers, 1968), 11:320.

  6.  

    6. Autobiography and Poems (Salt Lake City, J.C. Graham & Co., 1881), pag. 32.

  7.  

    7. Henry Eugene Davies, Davies Memoir (n.p. 1895), pagg. 21-22.

  8.  

    8. Our Pioneer Heritage, 2:323.

  9.  

    9. DeA 86:8-10.