«Che siano tutti uno… in noi»

Of the Presidency of the Seventy


D. Todd Christofferson
Non saremo uno con Dio e Cristo fino a quando la Loro volontà non sarà il nostro maggior desiderio.

Verso la fine del Suo ministero terreno, «sapendo che era venuta per lui l’ora» (Giovanni 13:1), Gesù riunì i Suoi apostoli in una sala di Gerusalemme. Al termine della cena, dopo che Gesù ebbe lavato loro i piedi e li ebbe istruiti, Egli offrì una sublime preghiera d’intercessione in favore di quegli Apostoli e di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui. Egli supplicò il Padre con queste parole:

«Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola:

che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno;

io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità» (Giovanni 17:20–23).

Quanto è glorioso pensare che siamo stati invitati a far parte della perfetta unità che esiste tra il Padre e il Figlio. Come possiamo far sì che ciò avvenga?

Ponderando sulla questione appare chiaro che dobbiamo iniziare a divenire uno in noi stessi. Siamo esseri fatti di carne e spirito e talvolta non ci sentiamo in armonia con noi stessi, ma in conflitto. Il nostro spirito è illuminato dalla coscienza, la Luce di Cristo (vedere Moroni 7:16; DeA 93:2), e risponde spontaneamente ai suggerimenti dello Spirito Santo e desidera seguire la verità. Ma la carne è soggetta ad appetiti e tentazioni che, se lasciati liberi, vincono e dominano lo spirito. Paolo disse:

«Io mi trovo dunque sotto questa legge: che volendo io fare il bene, il male si trova in me.

Poiché io mi diletto nella legge di Dio, secondo l’uomo interno;

ma veggo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e mi rende prigione della legge del peccato che è nelle mie membra» (Romani 7:21–23).

Nefi espresse sentimenti simili:

«Nondimeno, nonostante la grande bontà del Signore nel mostrarmi le sue opere grandi e meravigliose, il mio cuore esclama: O miserabile uomo che sono! Sì, il mio cuore si addolora a causa della mia carne; la mia anima si affligge a causa delle mie iniquità.

Mi sento assediato, a causa delle tentazioni e dei peccati che mi assalgono davvero sì facilmente» (2 Nefi 4:17–18).

Ma poi, ricordando il Salvatore, Nefi giunse a questa conclusione piena di speranza: «Nondimeno io so in chi ho riposto fiducia» (2 Nefi 4:19). Che cosa intendeva dire?

Anche Gesù era un essere di carne e spirito, tuttavia non cedette alla tentazione (vedere Mosia 15:5). Possiamo rivolgerci a Lui quando cerchiamo unità e pace in noi stessi, poiché Egli ci comprende. Egli capisce la nostra lotta, e sa anche come vincere. Come disse Paolo:

«Non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre infermità; ma ne abbiamo uno che in ogni cosa è stato tentato come noi, però senza peccare» (Ebrei 4:15).

Ancora più importante è che noi possiamo guardare a Gesù affinché ci aiuti a ristabilire l’unità interiore della nostra anima quando abbiamo ceduto al peccato e distrutto la nostra pace. Poco dopo la Sua preghiera d’intercessione affinché potessimo divenire «perfetti» nell’unità, Egli diede la Sua vita per espiare i peccati. Il potere della Sua espiazione può cancellare in noi gli effetti del peccato. Quando ci pentiamo, la Sua grazia espiatrice ci giustifica e ci purifica (vedere 3 Nefi 27:16–20). È come se non avessimo ceduto, come se non fossimo caduti in tentazione.

Man mano che ci sforziamo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, di seguire il sentiero di Cristo, il nostro spirito si fa sempre più forte, la lotta interiore si placa e la tentazione cessa di turbarci. Si sviluppa un’armonia sempre crescente tra la parte spirituale e quella fisica fino a quando i nostri corpi vengono trasformati, secondo le parole di Paolo, da strumenti «d’iniquità al peccato» a strumenti «di giustizia a Dio» (vedere Romani 6:13.)

Essere uniti all’interno di noi stessi ci prepara alla più grande benedizione di essere uniti con Dio e Cristo.

Gesù raggiunse la perfetta unità con il Padre sottomettendo Sé stesso, corpo e spirito, alla volontà del Padre. Il Suo ministero fu sempre chiaro, in Lui non vi furono mai pensieri o desideri ambigui. Riferendosi al Padre Suo, Gesù disse: «Fo del continuo le cose che gli piacciono» (Giovanni 8:29).

Poiché era volere del Padre, Gesù si sottomise anche alla morte, «la volontà del Figlio viene assorbita dalla volontà del Padre» (Mosia 15:7).

Certo non fu semplice. Di tali sofferenze Egli disse:

«Fecero sì che io stesso, Iddio, il più grande di tutti, tremassi per il dolore e sanguinassi da ogni poro, e soffrissi sia nel corpo che nello spirito—e desiderassi di non bere la coppa amara e mi ritraessi—

Nondimeno, sia gloria al Padre, bevvi e portai a termine i miei preparativi per i figlioli degli uomini» (DeA 19:18–19).

Queste dichiarazioni rivelano che il solo desiderio del Salvatore è quello di glorificare il Padre. Il Padre è «nel» Figlio nel senso che la gloria del Padre e la volontà del Padre sono l’unico interesse del Figlio.

Durante l’Ultima Cena con i Suoi apostoli, il Salvatore disse.

«Io sono la vera vite, e il Padre mio è il vignaiuolo.

Ogni tralcio che in me non dà frutto, Egli lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più» (Giovanni 15:1–2).

Probabilmente non possiamo saperlo in anticipo quale forma possa assumere tale potatura o quale sacrificio possa richiedere. Ma se, insieme al giovane ricco, chiedessimo: «Che mi manca ancora?» (Matteo 19:20), la risposta del Salvatore sarebbe la stessa: «Vieni e seguitami» (Matteo 19:21); sii mio discepolo come io sono discepolo del padre; diventa «come un fanciullo, sottomesso, mite, umile, paziente, pieno d’amore, disposto a sottomettersi a tutte le cose che il Signore ritiene conveniente infligger[ti], proprio come un fanciullo si sottomette a suo padre» (Mosia 3:19).

Il presidente Brigham Young dimostrò di aver compreso le nostre difficoltà quando disse:

«Dopo quanto è stato detto e fatto, dopo che Dio ha guidato questo popolo così a lungo, non percepite una mancanza di fiducia in Lui? La sentite in voi? Potete chiedermi: «Fratello Brigham, la senti dentro di te?» Io sì, vedo che manco di fiducia, in un certo senso, in Colui in cui credo. Perché? Perché non ho il potere, in seguito a ciò che la caduta ha portato su di me…

A volte nasce qualcosa in me che traccia una linea di demarcazione tra il mio volere e quello del mio Padre celeste, qualcosa che rende il mio volere e quello di mio Padre in cielo non precisamente uguali.

Dovremmo sentire e comprendere, per quanto possibile, per quanto ci consente la natura umana, per quanta fede e conoscenza possiamo ottenere per sapere da noi stessi, che la volontà del Dio che serviamo è la nostra, e che non ne abbiamo altra, né in questa vita né nell’eternità» (Deseret News, 10 settembre 1856, 212).

Di certo non saremo uno con Dio e Cristo fino a quando la Loro volontà non sarà il nostro maggior desiderio. Tale sottomissione non si raggiunge in un giorno, ma tramite lo Spirito Santo il Signore ci istruirà, se lo vogliamo, fino a quando, col passare del tempo, si potrà dire che Egli è in noi così come il Padre è in Lui. A volte tremo al pensiero di ciò che questo può comportare, ma so che solo in questa perfetta unione si ottiene quella pienezza di gioia. Sono oltremodo grato di essere invitato a essere uno con quei santi esseri che riverisco e adoro quali mio Padre celeste e mio Redentore.

Possa Dio ascoltare la preghiera del Salvatore e guidarci ad essere uno con Loro. Questa è la mia preghiera, nel nome di Gesù Cristo. Amen.