Qual miglior dono possiamo conoscere dell’avere amici simili a Cristo

Kathleen H. Hughes

First Counselor in the Relief Society General Presidency


Kathleen H. Hughes
Dio conosce i bisogni dei Suoi figli, e spesso opera per nostro tramite, spingendoci ad aiutarci l’un l’altro.

Qualche settimana fa io e mio marito abbiamo partecipato a una sessione al tempio. Entrando siamo stati salutati da una lavorante, una cara amica del nostro rione. Quel benvenuto è stato l’inizio di un’esperienza sorprendente. Abbiamo incontrato e siamo stati serviti da molte persone che conoscevamo, più di qualsiasi altra volta: da amici di nostri precedenti rioni, amici della comunità, uomini e donne che abbiamo servito in diverse chiamate. L’ultima persona che ho incontrato era una giovane donna che non ho subito riconosciuto. Era deliziosa e quando ha iniziato a parlare l’ho ricordata immediatamente: era Robin, una delle giovani nella mia classe delle Laurette quand’ero presidentessa delle Giovani Donne la prima volta. Mentre parlavamo, scambiandoci i ricordi e le novità, mi ha detto quanto quel periodo sia stato importante per lei; e anche per me!

Lasciai il tempio profondamente toccata da tanta gentilezza, e consapevole dell’importanza che gli amici hanno avuto nel corso della mia vita. Il Signore ha toccato il mio spirito molte volte, e spesso il Suo tocco mi è giunto attraverso la mano di un amico.

Trentotto anni fa questo mese, io e Dean, allora sposini, andammo in Nuovo Messico a trovare i miei genitori. Mentre eravamo là mio padre ci portò a fare una gita in montagna nella parte settentrionale dello Stato. Nel pomeriggio incontrammo una macchina sul ciglio della strada con una gomma a terra. Il guidatore disse a mio padre che anche la ruota di scorta era bucata e che aveva bisogno di un passaggio nel paese più vicino per farla aggiustare. Il babbo, notando la sua famiglia in macchina, gli disse: «Non ce la farà mai ad andare in città e a tornare prima che faccia buio. Ascolti, le sue ruote sono della stessa misura delle mie. Prenda la mia ruota di scorta e la prossima volta che viene ad Alburquerque me la riporta».

Lo sconosciuto, impressionato dall’offerta, disse: «Non mi conosce neanche».

La risposta, tipica di papà, fu: «Lei è un uomo onesto, vero? Me la riporterà».

Alcune settimane dopo m’informai sulla ruota di scorta. Mi disse che gli era stata restituita.

Adesso mio padre ha novant’anni, e vive ancora nello stesso modo. La maggior parte delle persone della sua età ricevono pasti caldi a domicilio, ma lui consegna il pranzo agli «anziani». Spesso è al capezzale di un amico malato o morente. Esce con la sua sega a catena per aiutare il Rotary Club nel progetto annuale di pulizia. Quando penso alla vita e alle azioni di mio padre, ricordo le parole del presidente Boyd K. Packer: che è «attivo nel Vangelo» («Gli anni d’oro», Liahona, maggio 2003, 82). La sua vita, come dice un inno, è un bene che tocca il cuore, e nel suo tocco, tutti sono arricchiti (vedere «Il ben che tocca il nostro cuor», Inni, 183). Mio padre sa cos’è l’amicizia.

Come presidenza della Società di Soccorso, talvolta sentiamo dire da alcune donne che non sentono l’amore del Signore. Forse sentirebbero di più il Suo amore se lo cercassero tra le mani e nelle azioni di quelli che si curano di loro. Può trattarsi di un membro del loro ramo o rione, di un vicino o persino di uno sconosciuto che le aiuta e manifesta l’amore di Cristo. L’anziano Henry B. Eyring ci ha detto: «Siete chiamati a rappresentare il Salvatore. Le vostre parole di testimonianza diventano le Sue, le vostre mani che soccorrono diventano le Sue» («Siate all’altezza della vostra chiamata», Liahona, novembre 2002, 76). Se possiamo sollevare gli altri nel nome di Cristo, certamente possiamo anche essere sollevati.

Un insegnante familiare che conosco faceva le sue visite mensili a un’anziana vedova. Tuttavia, facendo più che una visita, ogni autunno commutava il condizionatore perché emettesse aria calda e controllava il filtro. Era l’amore di Dio o l’amore di un insegnante familiare? Ovviamente la risposta è: entrambi.

Qual grande dono accorderai
a chi otterrà la Tua mercè;
se uniti in Cristo noi vivrem
rafforzerem la nostra fé.
(Inni, 183).

Sono stata benedetta per tutta la vita con amici che si sforzano di essere simili a Cristo: dagli amici di gioventù, a tutte le persone che sono state una benedizione per la nostra famiglia in ogni rione in cui abbiamo vissuto. La loro fede e impegno nel vangelo di Gesù Cristo, il loro servizio, i loro insegnamenti saggi e gentili hanno arricchito la nostra vita. Alcune delle mie amiche sono molto diverse da me. Su certe cose non siamo d’accordo e a volte addirittura ci stuzzichiamo. Ma l’amicizia ammette le differenze; anzi, le abbraccia. Mi piace visitare i pali costituiti da persone provenienti da ambienti diversi, di età ed etnie differenti.

Sto vivendo una dimensione speciale di amicizia nel servire con le sorelle Parkin e Pingree e le altre presidenze e membri dei consigli generali delle organizzazioni ausiliarie. Sono delle donne buone. Voglio molto bene a tutte. Dopo tre anni insieme, le mie care sorelle della presidenza mi conoscono bene. Conoscono la mia fede e testimonianza, ma anche le mie insicurezze e preoccupazioni. Sanno che quando sono stanca dopo un lungo viaggio, non sono il massimo. Però sento il loro amore e la loro pazienza e so che continuano a pensare bene di me. Le loro testimonianze e preghiere mi rafforzano. Le loro risate illuminano la mia giornata. In ogni senso, siamo sorelle.

Ho fatto esperienze simili con la mia famiglia. Una delle mie sorelle minori ha lottato con il cancro negli ultimi mesi. Viviamo lontano, ma il telefono me la rende più vicina. Abbiamo espresso il nostro affetto, le nostre preghiere, i ricordi e delle dolci testimonianze mentre attraversava questa prova difficile. Le mie sorelle sono delle care amiche. Lo stesso vale per i miei fratelli, il mio caro marito, i miei figli e nipoti (per quanto siano rumorosi i nipoti).

Nei primi anni della Restaurazione, i nuovi convertiti si radunavano per creare Sion. Sion era sia un luogo che uno scopo: era uno spirito. Non ci raduniamo più nello stesso modo. I nostri rami e rioni adesso sono la nostra Sion, ma colgono lo spirito di Sion solo quando i membri si curano gli uni degli altri. È triste quando, a volte, si sente parlare di donne e uomini i cui sentimenti sono stati feriti e che si isolano dagli altri membri della Chiesa. Se vi trovate da una parte o dall’altra, di chi ha offeso o di chi ha subito l’offesa, cercate il perdono e riconoscete la vostra parte di colpa. Ricordate l’ammonimento di Cristo: «Siate uno; e se non siete uno non siete miei» (DeA 38:27).

Recentemente ho avuto la possibilità di parlare con una donna che mi ha chiesto di Joseph Smith. Era chiaramente scettica riguardo alla sua chiamata e missione. Mentre le parlavo, mi sono venute in mente le parole che il Signore disse a Oliver Cowdery: «Stai vicino al mio servitore Joseph, fedelmente» (DeA 6:18). Spero che quel giorno, e ogni momento della mia vita, possa essere detto di me: «È stata vicina a Joseph». Voglio essere sua amica.

Lo stesso Joseph Smith fu un grande amico per molte persone. Egli disse: «L’amicizia è uno dei grandi principi fondamentali del ‹Mormonismo›; [si propone] di rivoluzionare e civilizzare il mondo, di far cessare guerre e contese e di indurre gli uomini a divenire amici e fratelli» (History of the Church, 5:517).

Ciononostante, sapeva che l’amicizia era più di una cosa astratta. Un giorno venne a sapere che la casa di un fratello era stata incendiata dai nemici. Quando i membri della Chiesa dissero di sentirsi assai addolorati per lui, il Profeta prese dei soldi dalla tasca e disse: «Mi sento dispiaciuto per questo fratello per la somma di cinque dollari; quanto vi sentite dispiaciuti voi?» (Hyrum L. Andrus e Helen Mae Andrus, They Knew the Prophet, 150).

Ci poniamo nei confronti dell’amicizia allo stesso modo del Profeta? Trasformiamo i nostri buoni sentimenti in assistenza pratica? Dio conosce i bisogni dei Suoi figli, e spesso opera per nostro tramite, spingendoci ad aiutarci l’un l’altro. Quando agiamo secondo tali suggerimenti, stiamo su una terra santa, poiché abbiamo la possibilità di agire per conto di Dio in riposta a una preghiera.

Fratelli e sorelle, se siamo amici del profeta Joseph Smith, allora siamo anche amici del Salvatore. Viviamo in modo tale da proclamare di servire «il nome di Gesù»? (Vedere Inni, 183). Joseph Smith lo fece, e quest’anno in cui rendiamo onore all’uomo che introdusse la dispensazione della pienezza dei tempi dovremmo ricordare non solo la sua amicizia per l’umanità, ma la sua amicizia e dedizione per il Signore. Il Profeta disse: «Cercherò di essere contento della mia vita, sapendo che Dio è mio amico e che troverò conforto in Lui» (The Personal Writings of Joseph Smith, comp. Dean C. Jessee [1984], 239).

Dovrebbe essere ovvio per ciascuno di noi il fatto che la nostra amicizia suprema dovrebbe essere con il nostro Padre celeste e con Suo Figlio, Gesù Cristo. Il Salvatore ci ha detto con affetto: «Vi chiamerò amici, poiché siete miei amici» (DeA 93:45). Il Suo grande desiderio a nostro riguardo, che siamo Suoi fratelli e sorelle, è di riportarci al Padre. La via per noi è chiara: sviluppare, secondo le nostre capacità, le qualità e gli attributi di Cristo nella nostra vita, obbedire ai Suoi comandamenti e fare la Sua opera e la Sua volontà.

Quando ripenso al giorno in cui mi hanno salutato nel tempio tante persone care, mi piace immaginare che la nostra vita quotidiana può essere altrettanto benedetta. L’amore che ho sentito è come un barlume del puro amore di Cristo: la carità che dovrebbe riempire il nostro cuore. Immagino rioni e rami in cui amici di tutte le età ed esperienze stanno insieme e modellano la loro vita secondo gli insegnamenti di Gesù Cristo.

Oggi vi rendo la mia testimonianza che Cristo vive. Ne sono grata. Prego di poter essere sempre Sua amica e nel farlo, essere anche vostra amica. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.