Due principi per qualunque economia

Presidente Dieter F. Uchtdorf

Secondo consigliere della Prima Presidenza


Spesso è nella prova delle avversità che impariamo le lezioni più importanti, che formano il nostro carattere e modellano il nostro destino.
 

Nel corso dei nostri viaggi per visitare i membri della Chiesa nel mondo e tramite i canali prestabiliti del sacerdozio, riceviamo rapporti accurati sulle condizioni dei membri e sulle loro difficoltà. Da anni, molti dei nostri membri vengono afflitti da disastri, sia naturali che causati dall’uomo. Comprendiamo anche che molte famiglie hanno dovuto tirare la cinghia e sono preoccupate riguardo alla loro capacità di superare questo momento difficile.

Fratelli, ci sentiamo molto vicini a voi. Vi vogliamo bene e preghiamo sempre per voi. Ho visto alti e bassi nella mia vita e so che gli inverni lasciano sempre il posto al calore e alla speranza di una nuova primavera. Sono ottimista riguardo al futuro. Fratelli, dal canto nostro, dobbiamo restare fermi nella speranza, lavorare con forza e confidare in Dio.

Ultimamente, ho pensato a un periodo della mia vita in cui il peso della paura e della preoccupazione riguardo a un futuro incerto sembrava onnipresente. Avevo undici anni e vivevo con la mia famiglia nel solaio di una casa di campagna vicino a Francoforte, in Germania. Eravamo rifugiati, per la seconda volta nel giro di pochi anni, e stavamo incontrando difficoltà a stabilirci in un posto nuovo lontano dalla nostra casa precedente. Potrei dire che eravamo poveri, ma non renderebbe l’idea. Dormivamo tutti in una stanza così piccola che a malapena si riusciva a girare attorno ai letti. In un’altra piccola stanza, c’erano un paio di mobili modesti e una cucina a gas che nostra madre usava per preparare i pasti. Per passare da una stanza all’altra bisognava attraversare una zona adibita a ripostiglio dal contadino, dove c’erano attrezzi vari per lavorare i campi, oltre che carni e salsicce appese alle travi. Il loro profumo mi faceva sempre venir fame. Non avevamo un bagno, ma c’era un vano esterno, giù dalle scale e a circa 15 metri di distanza, una distanza che d’inverno sembrava ancora maggiore.

Poiché ero un rifugiato, e a motivo del mio accento della Germania dell’est, spesso gli altri bambini mi prendevano in giro e mi chiamavano in modi che mi facevano molto male. Di tutta la mia gioventù, credo che quello sia stato il momento più scoraggiante.

Ora, decadi dopo, guardo indietro a quei giorni attraverso il filtro lenitivo dell’esperienza. Sebbene ricordi ancora il dolore e la disperazione, ora riesco a vedere ciò che non riuscivo a vedere allora: fu un periodo di grande crescita spirituale. In quel periodo, la nostra famiglia si unì fortemente. Guardavo e imparavo dai miei genitori. Ammiravo la loro determinazione e il loro ottimismo. Da loro ho imparato che le avversità, quando affrontate con fede, coraggio e tenacia, possono essere superate.

Sapendo che alcuni di voi stanno vivendo un periodo di ansia e disperazione, stasera voglio parlare di due principi importanti che sostennero me in quel periodo formativo della mia vita.

Il primo principio: lavorate

Ancora oggi mi stupisco di come la mia famiglia abbia lavorato insieme, dopo aver perso tutto nella Seconda guerra mondiale. Ricordo che mio padre, un funzionario statale per professione e vocazione, fece molti lavori difficili tra cui il minatore di uranio e carbone, il meccanico e il camionista. Usciva presto la mattina e spesso tornava a casa di notte per poter provvedere alla nostra famiglia. Mia madre avviò una lavanderia e lavorava senza sosta facendo le cose più umili. Arruolò anche me e mia sorella nella sua attività. Con la mia bicicletta facevo i ritiri e le consegne. Aiutare in qualche modo la mia famiglia mi faceva sentire bene e, sebbene non lo sapessi all’epoca, il lavoro fisico risultò essere una benedizione per la mia salute.

Non fu facile, ma il lavoro ci impedì di soffermarci troppo sulle difficoltà della nostra condizione. Sebbene la nostra situazione non cambiò subito, tuttavia cambiò. Questo è il bello del lavoro. Se ci applichiamo, con serietà e costanza, le cose inevitabilmente miglioreranno.

Ammiro molto gli uomini, le donne e i bambini che sanno lavorare. Il Signore ama chi lavora. Egli disse: «Mangerai il pane col sudore del tuo volto»1 e «Il lavoratore è degno del suo salario».2 Egli fece anche una promessa: «Affonda… la falce con tutta la tua anima, e i tuoi peccati ti sono perdonati».3 Coloro che non hanno paura di rimboccarsi le maniche e impegnarsi al massimo nel perseguimento di obiettivi validi sono una benedizione per la famiglia, la comunità, la nazione e la Chiesa.

Il Signore non si aspetta che lavoriamo di più di quanto possiamo. Egli non vuole, e noi non dovremmo, paragonare i nostri sforzi a quelli degli altri. Il nostro Padre celeste ci chiede solamente di fare del nostro meglio, che lavoriamo al massimo delle nostre capacità, siano esse grandi o piccole.

Il lavoro è un antidoto per l’ansia, un balsamo per la tristezza e una via d’accesso per le opportunità. Quali che siano le nostre condizioni, miei cari fratelli, facciamo del nostro meglio e coltiviamo una reputazione di eccellenza in tutto ciò che facciamo. Applichiamoci mente e corpo alle meravigliose occasioni di lavoro che ogni giorno porta con sé.

Quando un carro si impantana nel fango, è più probabile che Dio aiuti l’uomo che scende e si mette a spingere, piuttosto che l’uomo che si mette solamente a pregare, a prescindere da quanto sia bella la supplica. Il presidente Thomas S. Monson l’ha messa in questi termini: «Non è sufficiente voler fare lo sforzo e dire che faremo uno sforzo… È nel fare, e non solo nel pensare, che raggiungiamo le nostre mete. Se spostiamo continuamente i nostri obiettivi, non ne vedremo mai il raggiungimento».4

Il lavoro può nobilitare e appagare, ma ricordate che il Signore ci ha ammonito di non spendere per «ciò che non può soddisfare».5 Se ci dedichiamo all’ottenimento della ricchezza terrena e agli onori del mondo a spese della nostra famiglia e della crescita personale, scopriremo presto che abbiamo fatto un affare inutile. Il lavoro di rettitudine che svolgiamo entro le mura della nostra casa è assolutamente sacro; i suoi benefici hanno una natura eterna. Non può essere delegato. Esso è il fondamento della nostra opera come detentori del sacerdozio.

Ricordate, in questo mondo siamo solamente dei viaggiatori di passaggio. Non usiamo i nostri talenti divini e le nostre energie solamente per mettere ancore terrene, ma spendiamo i nostri giorni costruendo ali spirituali. Infatti, come figli dell’Iddio Altissimo, siamo stati creati per librarci verso nuovi orizzonti.

Adesso, qualche parola per noi fratelli in là con gli anni: andare in pensione non fa parte del piano di felicità del Signore. Non c’è alcun anno sabbatico o programma di pensionamento dalle responsabilità del sacerdozio, a prescindere dall’età o dalle condizioni fisiche. Se è vero che dire «l’ho già fatto» può evitarci di dover andare su uno skateboard, di dover accettare l’invito a fare un giro in moto o aiutarci a evitare di mangiare un piatto piccante, non è una scusa accettabile per evitare le responsabilità assunte per alleanza di consacrare il nostro tempo, talenti e risorse nel lavoro del regno di Dio.

Alcuni possono ritenere, dopo molti anni di servizio in Chiesa, di avere diritto a un periodo di riposo mentre gli altri portano il peso. Per dirla apertamente, fratelli, questo modo di pensare è indegno di un discepolo di Cristo. Una grande parte del lavoro che facciamo su questa terra consiste nel perseverare fino alla fine, gioiosamente, ogni giorno.

E ora, mi rivolgo ai fratelli più giovani nel Sacerdozio di Melchisedec che si stanno impegnando nel perseguimento di obiettivi retti, come quello di acquisire un’istruzione e trovare una compagna eterna. Questi sono obiettivi giusti, fratelli miei, ma ricordate che anche lavorare con diligenza nella vigna del Signore arricchirà grandemente il vostro curriculum e aumenterà le vostre possibilità di successo in entrambi questi obiettivi degni.

Che siate il diacono più giovane o il sommo sacerdote più anziano, c’è lavoro da fare!

Il secondo principio: imparate

Date le difficili condizioni economiche, nella Germania del dopo guerra, le opportunità per acquisire un’istruzione non erano abbondanti come oggi. Ma a dispetto delle opzioni limitate, avevo sempre sentito il desiderio di imparare. Ricordo che un giorno, mentre ero fuori con la bicicletta a consegnare della biancheria, entrai in casa di un mio compagno di classe. In una delle stanze, vicino al muro c’erano due scrittoi. Fu una vista bellissima. Quei bambini erano molto fortunati ad avere uno scrittoio personale. Me li immaginavo seduti con i libri aperti, a studiare le lezioni e a fare i compiti. Pensavo che avere uno scrittoio personale sarebbe stata la cosa più bella del mondo.

Dovetti aspettare molto tempo prima di vedere realizzato quel sogno. Anni dopo, trovai lavoro presso un istituto di ricerca, che aveva una grande biblioteca. Ricordo di aver passato molto del mio tempo libero in quella biblioteca. Lì potei finalmente sedermi a una scrivania, tutto da solo, e incamerare le informazioni e la conoscenza che quei libri offrivano. Amavo leggere e imparare. In quei giorni compresi appieno le parole di un vecchio adagio: «Istruirsi non è tanto riempire un secchio, quanto accendere un fuoco».

Per i membri della Chiesa, istruirsi non è soltanto una buona idea, è un comandamento. Dobbiamo imparare «cose che sono sia in cielo che in terra, e sotto la terra; cose che sono state, cose che sono e cose che devono venire fra breve; cose che avvengono in patria e cose che avvengono all’estero».6

Joseph Smith amava imparare anche se ebbe poche opportunità di acquisire un’istruzione formale. Nei suoi diari, parlò con gioia dei giorni passati a studiare e spesso espresse il suo amore per l’apprendimento.7

Joseph Smith insegnò ai Santi che la conoscenza era una parte necessaria del nostro soggiorno sulla terra, perché «l’uomo è salvato solo quando ha la conoscenza»,8 e «qualsiasi principio di intelligenza noi conseguiamo in questa vita sorgerà con noi nella risurrezione».9 Nei momenti difficili, è ancora più importante imparare. Il profeta Joseph Smith insegnò che: «La conoscenza dirime l’oscurità, l’incertezza e il dubbio; tali cose infatti non possono esistere là dove c’è la conoscenza».10

Fratelli, avete il dovere di imparare più che potete. Per favore, incoraggiate le vostre famiglie, i membri del vostro quorum, chiunque a imparare e a diventare meglio istruito. Se non è possibile acquisire un’istruzione formale, non permettete che questo vi impedisca di acquisire tutta la conoscenza che potete. In circostanze simili, in un certo modo, i libri possono diventare la vostra «università», una classe sempre aperta e che accetta chiunque ne faccia richiesta. Sforzatevi di accrescere la vostra conoscenza di tutto ciò che è «virtuos[o], amabil[e], di buona reputazione o degn[o] di lode».11 Cercate la conoscenza «mediante lo studio ed anche mediante la fede».12 Cercate con uno spirito di umiltà e con il cuore contrito.13 Se applicherete la dimensione spirituale della fede al vostro studio, anche delle cose terrene, potrete aumentare le vostre facoltà intellettuali, perché «se i vostri occhi sono rivolti unicamente alla… gloria [di Dio], tutto il vostro corpo sarà riempito di luce, e… comprend[erà] ogni cosa».14

Mentre apprendiamo, non trascuriamo la fonte della rivelazione. Le Scritture e le parole degli apostoli e dei profeti moderni sono la fonte della saggezza, della conoscenza divina e della rivelazione personale, che ci aiutano a trovare le risposte alle difficoltà della vita. Impariamo da Cristo; cerchiamo quella conoscenza che porta alla pace, alla verità e ai sublimi misteri dell’eternità.15

Conclusione

Fratelli, torno col pensiero a Francoforte, in Germania, dove un ragazzino di undici anni era preoccupato per il suo futuro e sentiva il dolore pungente di commenti sgradevoli. Ricordo ancora quei giorni con una certa triste tenerezza. Sebbene non gradirei rivivere quei giorni di prova e difficoltà, ho pochi dubbi sul fatto che le lezioni apprese furono la preparazione necessaria per le opportunità che sono seguite. Oggi, molti anni dopo, so con certezza che spesso è nella prova delle avversità che impariamo le lezioni più importanti, che formano il nostro carattere e modellano il nostro destino.

Prego che nei mesi e negli anni a venire, riempiremo le nostre ore e i nostri giorni con il lavoro onesto. Prego che cercheremo di imparare e migliorare la nostra mente e il nostro cuore, abbeverandoci copiosamente alle fontane pure della verità. Vi lascio il mio affetto e le mie benedizioni, nel nome di Gesù Cristo. Amen.

Mostra riferimenti

  1.  

    1. Genesi 3:19.

  2.  

    2. DeA 84:79.

  3.  

    3. DeA 31:5.

  4.  

    4. Thomas S. Monson, «Un real sacerdozio», Liahona, novembre 2007, 59.

  5.  

    5. 2 Nefi 9:51.

  6.  

    6. Vedere DeA 88:79–80.

  7.  

    7. Vedere Journals, Volume 1:1832–1839, volume 1 della serie di diari The Joseph Smith Papers, Dean C. Jessee, Ronald K. Esplin e Richard Lyman Bushman (2008), 84, 135, 164.

  8.  

    8. Joseph Smith, History of the Church, 4:588.

  9.  

    9. Vedere DeA 130:18–19.

  10.  

    10. Joseph Smith, History of the Church, 5:340.

  11.  

    11. Articoli di fede 1:13.

  12.  

    12. DeA 109:7.

  13.  

    13. Vedere DeA 136:33.

  14.  

    14. DeA 88:67.

  15.  

    15. Vedere DeA 42:61.