La benedizione delle Scritture

Membro del Quorum dei Dodici Apostoli


Lo scopo principale di tutte le Scritture è aiutarci a riempire la nostra anima con la fede nel Padre celeste e in Suo Figlio, Gesù Cristo.

Il 6 ottobre dell’anno 1536 un pietoso personaggio fu scortato fuori da una cella del Castello di Vilvorde, vicino a Bruxelles, in Belgio. Per circa un anno e mezzo l’uomo era stato tenuto in isolamento in una cella umida e scura. Ora, fuori dalle mura del castello, il prigioniero fu legato a un palo. Ebbe il tempo di dire ad alta voce la sua preghiera finale: «Signore, apri gli occhi al Re d’Inghilterra»; e poi fu strangolato. Subito dopo, il suo corpo, legato al palo, fu bruciato. Chi era quest’uomo e qual era stata l’offesa per la quale le autorità politiche e quelle ecclesiastiche lo avevano condannato? Il suo nome era William Tyndale, e il suo crimine era stato quello di aver tradotto e pubblicato la Bibbia in inglese.

Tyndale, nato in Inghilterra nello stesso periodo in cui Colombo salpò per il nuovo mondo, studiò a Oxford e a Cambridge, e poi divenne un membro del clero cattolico. Parlava correntemente otto lingue, incluso il greco, l’ebraico e il latino. Tyndale fu uno studioso devoto della Bibbia e la diffusa ignoranza delle Scritture, che osservava tanto nei preti quanto nei laici, lo turbava profondamente. Durante un acceso scambio di opinioni con un ecclesiastico che argomentava contro il mettere le Scritture nelle mani della gente comune, Tyndale proclamò: «Se Dio mi risparmia la vita, farò in modo che il ragazzino che ara il campo ne sappia di più delle Scritture di te!»

Cercò l’approvazione delle autorità ecclesiastiche per preparare una traduzione della Bibbia in inglese cosicché tutti potessero leggere e applicare la parola di Dio. Gli fu negata: l’opinione comune era che l’accesso diretto alle Scritture, da parte di chiunque oltre il clero, avrebbe minacciato l’autorità della chiesa e fosse l’equivalente di «gettare le… perle dinanzi ai porci» (Matteo 7:6).

Ciononostante, Tyndale intraprese il difficile lavoro di traduzione. Nel 1524, sotto falso nome, si trasferì in Germania, dove visse nascosto per la maggior parte del tempo, sotto costante minaccia di arresto. Grazie all’aiuto di amici fidati, Tyndale fu in grado di pubblicare la traduzione inglese del Nuovo Testamento e più tardi dell’Antico Testamento. Le Bibbie venivano introdotte illegalmente in Inghilterra dove erano molto richieste e molto ben pagate da coloro che potevano permettersele. Erano largamente condivise, ma in segreto. Le autorità bruciavano tutte le copie che riuscivano a scovare. Nonostante tutto, a tre anni dalla morte di Tyndale, Dio aprì gli occhi del re Enrico VIII e, con la pubblicazione di quella che fu chiamata la “Grande Bibbia”, le Scritture in inglese furono messe a disposizione di tutti. Il lavoro di Tyndale divenne il fondamento per quasi tutte le successive traduzioni inglesi della Bibbia e, soprattutto, la versione di Re Giacomo.1

William Tyndale non fu né il primo né l’ultimo di quei personaggi che, in molti Paesi e lingue, si sono sacrificati, anche fino alla morte, per portare la parola di Dio fuori dall’oscurità. Abbiamo con loro un grande debito di riconoscenza. Abbiamo forse un debito ancora maggiore verso coloro che hanno fedelmente registrato e preservato la parola attraverso le epoche, spesso grazie a un lavoro accurato e con sacrificio: Mosè, Isaia, Abrahamo, Giovanni, Paolo, Nefi, Mormon, Joseph Smith e molti altri. Cosa sapevano loro dell’importanza delle Scritture che anche noi dobbiamo sapere? Cosa comprendeva la gente nell’Inghilterra del XVI secolo, che pagò somme enormi e corse grossi rischi personali per poter avere una Bibbia, che anche noi dovremmo capire?

Non molto prima della morte, il profeta Alma affidò i sacri annali del popolo a suo figlio Helaman. Ricordò a Helaman che le Scritture hanno «ampliato la memoria di questo popolo, sì, e hanno convinto molti dell’errore delle loro vie e li hanno portati a conoscere il loro Dio per la salvezza della loro anima» (Alma 37:8). Comandò a Helaman di preservare gli annali così che attraverso di essi Dio potesse «mostrare il suo potere alle generazioni future» (Alma 37:14).

Attraverso le Scritture, Dio indubbiamente «mostra il suo potere» di salvare ed esaltare i Suoi figli. Tramite la Sua parola, come dice Alma, Egli amplia la nostra memoria, getta luce sulle falsità e sull’errore, e ci porta al pentimento e a gioire in Gesù Cristo, il nostro Redentore.

Le Scritture ampliano la nostra memoria

Le Scritture ampliano la nostra memoria aiutandoci a ricordare sempre il Signore e il nostro rapporto con Lui e con il Padre. Ci ricordano ciò che sapevamo nella vita premortale. Inoltre ampliano la nostra memoria in un altro senso, insegnandoci di epoche, popoli ed eventi che non abbiamo conosciuto personalmente. Nessuno di noi era presente per vedere le acque del Mar Rosso dividersi e per attraversarle con Mosè, tra mura d’acqua, fino alla riva opposta. Non eravamo lì ad ascoltare il Sermone sul Monte, a vedere Lazzaro resuscitare dalla morte, a vedere il Salvatore sofferente nel Getsemani e sulla croce, e non udimmo, insieme a Maria, i due angeli testimoniare presso il sepolcro vuoto che Gesù era risorto dalla tomba. Voi e io non ci facemmo avanti a uno a uno con la moltitudine nella terra di Abbondanza rispondendo all’invito del Salvatore risorto di sentire le impronte dei chiodi e per bagnarGli i piedi con le lacrime. Non ci siamo né inginocchiati con Joseph Smith nel Bosco Sacro né abbiamo visto il Padre e il Figlio. Eppure noi sappiamo tutte queste cose e molte, molte di più, perché abbiamo le Scritture che ampliano la nostra memoria e ci insegnano ciò che non sapevamo. E mentre queste cose penetrano nel cuore e nella mente, la nostra fede in Dio e nel suo beneamato Figlio mette radici.

Le Scritture, inoltre, ampliano la nostra memoria aiutandoci a non dimenticare ciò che noi e le generazioni passate abbiamo imparato. Coloro che o non hanno o ignorano la parola scritta di Dio, alla fine, cessano di credere in Lui e dimenticano lo scopo della loro esistenza. Ricorderete quanto importante fosse per il popolo di Lehi portare con sé le tavole di bronzo quando lasciò Gerusalemme. Quelle Scritture erano la chiave della loro conoscenza di Dio e della futura redenzione di Cristo. L’altro gruppo che «era uscito da Gerusalemme» poco dopo Lehi non aveva Scritture, e quando i discendenti di Lehi li incontrarono tre o quattrocento anni più tardi, è scritto che «il loro linguaggio era diventato corrotto… e negavano l’esistenza del loro Creatore» (Omni 1:15, 17).

Ai giorni di Tyndale, l’ignoranza delle Scritture abbondava perché la gente non aveva accesso alla Bibbia, specialmente in una lingua che potesse comprendere. Oggi la Bibbia e le altre Scritture sono a portata di mano, eppure c’è un analfabetismo scritturale crescente, perché la gente non apre i libri. Di conseguenza, le persone hanno dimenticato cose che i loro nonni conoscevano.

Le Scritture sono la misura per distinguere la verità dall’errore

Dio utilizza le Scritture per smascherare modi di pensare errati, false tradizioni e il peccato, con il suo effetto devastante. Egli è un tenero genitore che vorrebbe risparmiarci inutili dolori e sofferenze e al tempo stesso ci aiuta a raggiungere il nostro potenziale divino. Le Scritture, per esempio, screditano un’antica filosofia che è tornata di moda ai giorni nostri: la filosofia di Korihor secondo cui non esistono principi morali assoluti, che «ogni uomo prosper[a] secondo le sue inclinazioni e ogni uomo conquist[a] secondo la sua forza; e qualsiasi cosa un uomo f[a] non [è] un crimine» e che «quando un uomo m[uore], quella [è] la fine di tutto» (Alma 30:17–18). Alma, che aveva avuto a che fare con Korihor, non lasciò suo figlio Corianton nel dubbio a proposito della realtà e sostanza del codice morale divino. Corianton si era reso colpevole del peccato sessuale e suo padre gli parlò con amore ma francamente: «Non sai, figlio mio, che queste cose sono un’abominazione agli occhi del Signore; sì, più abominevoli di tutti i peccati, salvo spargere sangue innocente o rinnegare lo Spirito Santo?» (Alma 39:5).

A differenza di un secolo fa, molti oggi contenderebbero con Alma a proposito della gravità dell’immoralità. Altri obietterebbero che tutto è relativo o che l’amore di Dio è tollerante. Se c’è un Dio, dicono, Egli perdona tutti i peccati e i misfatti a motivo del Suo amore per noi: non c’è bisogno di pentirsi, o al limite, una semplice confessione servirà al caso. Essi hanno immaginato un Gesù che vuole che le persone lavorino per la giustizia sociale, ma non faccia domande sulla loro vita privata e sul loro comportamento.2 Ma un Dio d’amore non ci lascia a imparare per triste esperienza che «la malvagità non fu mai felicità» (Alma 41:10; vedere anche Helaman 13:38). I Suoi comandamenti sono la voce della realtà e la nostra protezione contro il dolore autoinflitto. Le Scritture sono la misura della correttezza e della verità, e dichiarano chiaramente che la vera felicità non sta nel negare la giustizia di Dio, o nel cercare di evitare le conseguenze del peccato, ma nel pentimento e nel perdono attraverso la grazia espiatoria del Figlio di Dio (vedere Alma 42).

Le Scritture ci istruiscono in principi e valori morali essenziali per mantenere civile la società, incluso l’integrità, la responsabilità, l’altruismo, la fedeltà e la carità. Nelle Scritture troviamo vivide rappresentazioni delle benedizioni che scaturiscono dall’onorare i principi veri, così come le tragedie che colpiscono quando individui e civiltà li abbandonano. Quando le verità delle Scritture sono ignorate o abbandonate, il fulcro morale essenziale della società si disintegra e la decadenza segue a ruota. Con il tempo, non rimane niente a sostenere le istituzioni che sostengono la società.

Le Scritture ci portano a Cristo, il nostro Redentore

Alla fine, lo scopo principale di tutte le Scritture è riempire la nostra anima con la fede in Dio Padre e in Suo Figlio, Gesù Cristo—fede che Essi esistono; fede nel piano del Padre per la nostra immortalità e vita eterna, fede nell’espiazione e resurrezione di Gesù Cristo che anima il piano di felicità, fede per rendere il vangelo di Gesù Cristo il nostro modo di vivere e fede per arrivare a conoscere «il solo vero Dio, e colui che… [Egli ha] mandato, Gesù Cristo» (Giovanni 17:3).

La parola di Dio, come disse Alma, è come un seme piantato nel nostro cuore che produce fede quando comincia a crescere dentro di noi (vedere Alma 32:27–43; vedere anche Romani 10:13–17). La fede non viene dallo studio dei testi antichi con scopo puramente accademico. Non viene dagli scavi e dalle scoperte archeologiche. Non verrà dagli esperimenti scientifici. Non verrà nemmeno dall’essere testimoni di miracoli. Queste cose possono servire a confermare la fede, o a volte a metterla in discussione, ma non creano la fede. La fede viene dalla testimonianza dello Spirito Santo alla nostra anima, Spirito a spirito, quando ascoltiamo o leggiamo la parola di Dio. E la fede matura quando continuiamo a nutrirci abbondantemente della parola.

I resoconti scritturali sulla fede degli altri servono a rafforzare la nostra fede. Ci rammentiamo della fede di un centurione che diede la possibilità a Cristo di guarire il suo servo senza nemmeno vederlo (vedere Matteo 8:5–13; Marco 7:25–30) e della guarigione della figlia di una donna dei Gentili perché l’umile madre avrebbe accettato, simbolicamente, anche le briciole cadute dalla tavola del Maestro (vedere Matteo 15:22–28; Marco 7:25–30). Sentiamo il grido di sofferenza di Giobbe: «Quand’anche egli m’ucciderà; continuerò a sperare in lui» (Job 13:15), la sua confessione in lacrime: «Ma io so che il mio Vindice vive, e che alla fine si leverà sulla polvere… ma nella mia carne vedrò Dio» (Job 19:25–26). Ascoltiamo e prendiamo coraggio dalla determinazione di un tenero ragazzo profeta, odiato e duramente perseguitato da così tanti adulti: «Avevo avuto una visione; io lo sapevo e sapevo che Dio lo sapeva, e non potevo negarlo, né avrei osato farlo» (Joseph Smith—Storia 1:25).

Dato che espongono la dottrina di Cristo, le Scritture sono accompagnate dal Santo Spirito, il cui ruolo è portare testimonianza del Padre e del Figlio (vedere 3 Nefi 11:32). Perciò, immergersi nelle Scritture è un modo per ricevere lo Spirito Santo. Ovviamente, le Scritture sono date mediante lo Spirito Santo fin dal principio (vedere 2 Pietro 1:21; DeA 20:26–27; 68:4) e lo stesso Spirito può attestarne la verità a voi e a me. Studiate le Scritture con attenzione e impegno. Meditate e pregate su di esse. Le Scritture sono rivelazioni e portano ulteriori rivelazioni.

Considerate la grandezza della nostra benedizione di avere la Bibbia e circa altre 900 pagine di Scritture, includendo il Libro di Mormon, Dottrina e Alleanze e la Perla di Gran Prezzo. Poi considerate anche che, in aggiunta, le parole dei profeti, pronunciate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo in occasioni come questa, che il Signore chiama Scritture (vedere DeA 68:2–4), ci arrivano quasi costantemente via televisione, radio, Internet, satellite, CD, DVD e in forma stampata. Ritengo che mai nella storia ci sia stato un popolo così benedetto da una tale quantità di sacri scritti. Non solo, ma ogni uomo, donna e bambino può possedere e studiare la sua copia personale di questi testi sacri, per la maggior parte nella propria lingua. Quanto incredibile una tale cosa sarebbe apparsa alla gente dei giorni di William Tyndale e ai santi delle precedenti dispensazioni! Certamente con questa benedizione il Signore ci sta dicendo che il nostro bisogno di ricorrere costantemente alle Scritture è più grande che in ogni altro periodo storico. Nutriamoci costantemente delle parole di Cristo che ci diranno tutte le cose che dovremo fare (vedere 2 Nefi 32:3). Ho studiato le Scritture, le ho meditate e, in questo periodo pasquale, vi rendo la mia testimonianza del Padre e del Figlio così come sono rivelati nelle sacre Scritture, nel nome di Gesù Cristo. Amen.

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  1.  

    1. Per informazioni su William Tyndale sono state consultate le fonti seguenti: David Daniell, The Bible in English (2003), 140–157; Lenet Hadley Read, How We Got the Bible (1985), 67–74; S. Michael Wilcox, Fire in the Bones: William Tyndale—Martyr, Father of the English Bible (2004); John Foxe, The New Foxe’s Book of Martyrs (1997), 121–133; «William Tyndale», http://en.wikipedia.org /wiki/William_Tyndale; consultato il 28 febbraio 2010; Bible Dictionary, «Bible, English».

  2.  

    2. Vedere l’intervista di Richard Neitzel Holzapfel in Michael De Groote, «Questioning the Alternative Jesus», Deseret News, 29 novembre 2009, M5.