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    Aprile 2016 | Rifugio dalla tempesta

    Rifugio dalla tempesta

    Aprile 2016 Conferenza generale

    Questo momento non definisce i rifugiati, ma il modo in cui agiremo definirà noi.

    “Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiere e m’accoglieste;

    fui ignudo, e mi rivestiste […].

    In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”.1

    Si stima che ci siano 60 milioni di rifugiati nel mondo oggi, il che significa che “una persona su 122 […] è stata costretta a fuggire dalla propria casa”2 e metà di questi individui sono bambini.3 È impressionante guardare i numeri di questo fenomeno e riflettere su ciò che questo significa nella vita delle singole persone. Il mio attuale incarico è in Europa, dove nell’ultimo anno sono arrivati 1.250.000 di questi rifugiati da luoghi del Medio Oriente e dell’Africa dilaniati dalla guerra.4 Ne vediamo molti giungere solo con i vestiti che indossano e con ciò che possono trasportare in una piccola borsa. Una buona percentuale di loro è istruita e ha dovuto abbandonare la casa, la scuola e il lavoro.

    Sotto la direzione della Prima Presidenza, la Chiesa sta collaborando con settantacinque organizzazioni in diciassette paesi europei. Queste organizzazioni vanno da grandi istituzioni internazionali a piccole iniziative locali, da enti statali ad associazioni benefiche secolari e religiose. Siamo fortunati a collaborare con altri che lavorano da anni con i profughi di tutto il mondo e a imparare da loro.

    Quali membri della Chiesa, come popolo, non dobbiamo tornare tanto indietro nella storia per trovare dei periodi in cui eravamo noi i profughi, scacciati con violenza più volte dalle nostre case e dalle nostre fattorie. Lo scorso fine settimana, parlando dei rifugiati, la sorella Linda Burton ha chiesto alle donne della Chiesa di riflettere su questa domanda: “E se la loro storia fosse la mia storia?”5. La loro storia è la nostra storia, di non così tanti anni fa.

    Ci sono dibattiti molto vivaci nei governi e nella società su quale sia la definizione di rifugiato e su che cosa vada fatto per assistere tali rifugiati. Il mio discorso non ha in alcun modo l’intenzione di alimentare questa accesa discussione né di commentare le politiche sull’immigrazione ma, al contrario, vuole concentrarsi sulle persone che sono state scacciate dalla propria casa e dal proprio paese a causa delle guerre che esse non hanno contribuito a cominciare.

    Il Salvatore sa cosa vuol dire essere un profugo: Egli stesso lo fu. Da bambino, Gesù e la Sua famiglia fuggirono in Egitto per scampare alle spade omicide di Erode. In vari momenti del Suo ministero, Gesù si trovò sotto minaccia e in pericolo di vita, sottomettendosi infine alle macchinazioni di uomini malvagi che avevano complottato la Sua morte. Forse, allora, è ancora più straordinario per noi che Egli ci abbia ripetutamente insegnato ad amarci reciprocamente, ad amare come Egli ama e ad amare il nostro prossimo come noi stessi. In verità, “la religione pura e immacolata dinanzi a Dio e Padre è questa: visitar gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo”6 e “provvedere ai poveri e ai bisognosi, e prestare loro soccorso affinché non soffrano”7.

    È stato fonte di ispirazione vedere ciò che, con generosità, i membri della Chiesa di tutto il mondo hanno donato per aiutare queste persone e queste famiglie che hanno perso così tanto. In Europa, nello specifico, ho visto molti membri della Chiesa che hanno provato un gioioso risveglio e un arricchimento dell’anima nel dare seguito al profondo e innato desiderio di prodigarsi per servire chi, attorno a loro, si trova in condizioni tanto estreme. La Chiesa ha fornito rifugio e assistenza medica. I pali e le missioni hanno assemblato molte migliaia di kit per l’igiene. Altri pali hanno dato cibo e acqua, vestiario, impermeabili, biciclette, libri, zaini, occhiali da lettura e molto altro.

    Le persone dalla Scozia alla Sicilia hanno contribuito in ogni maniera concepibile. Dottori e infermieri hanno offerto gratuitamente la propria opera nei punti in cui i rifugiati arrivano bagnati, infreddoliti e spesso traumatizzati per aver attraversato il mare. Quando i rifugiati iniziano il processo di reinsediamento, i membri locali li aiutano a imparare la lingua del paese che li ha accolti, mentre altri sollevano il morale sia dei bambini sia dei genitori mettendo a disposizione giocattoli, corredi da disegno, musica e momenti di gioco. Alcuni prendono filati, aghi da cucito e uncinetti donati e insegnano ai rifugiati locali, vecchi e giovani, come usarli.

    Membri della Chiesa, con anni di esperienza nel servizio e nella dirigenza, attestano che soccorrere tali persone che si trovano così urgentemente nel bisogno ha costituito l’esperienza più ricca e appagante del servizio da loro svolto finora.

    La realtà di queste situazioni va vista per essere creduta. In inverno, ho conosciuto, tra molti altri, una donna incinta proveniente dalla Siria che si trovava in un campo profughi provvisorio e che cercava disperatamente la rassicurazione di non dover partorire il suo bambino sui freddi pavimenti del grande edificio in cui alloggiava. In Siria era una professoressa universitaria. In Grecia ho parlato con una famiglia ancora bagnata, tremante e impaurita per la traversata fatta con un piccolo gommone dalla Turchia. Dopo aver guardato nei loro occhi e aver ascoltato le loro storie, sia del terrore da cui erano fuggiti sia del pericoloso viaggio intrapreso per trovare rifugio, non sarò più lo stesso.

    A fornire assistenza e aiuto c’è una variegata schiera di dediti operatori, molti dei quali volontari. Ho visto in azione un membro della Chiesa che, per molti mesi, ha lavorato di notte per provvedere alle esigenze più immediate di coloro che arrivavano in Grecia dalla Turchia. Tra le innumerevoli altre iniziative, questa donna prestava primo soccorso a chi più urgentemente necessitava di cure mediche, si assicurava che le donne e i bambini che viaggiavano da soli fossero assistiti, confortava chi aveva perso delle persone care lungo il tragitto e faceva del suo meglio per impiegare le limitate risorse a beneficio di quante più persone possibile. Lei, come molti altri, è stata letteralmente un angelo ministrante, i cui atti non sono dimenticati da coloro che lei ha assistito né dal Signore, al cui servizio operava.

    Tutti coloro che hanno dato se stessi per alleviare le sofferenze di chi stava loro attorno sono simili al popolo di Alma: “E così, nelle loro prospere condizioni, non mandavano via alcuno che fosse ignudo o che fosse affamato, o che fosse assetato o che fosse ammalato o che non fosse stato nutrito; […] erano dunque liberali verso tutti, sia vecchi che giovani, sia schiavi che liberi, sia maschi che femmine, sia fuori della chiesa che dentro la chiesa, senza fare distinzione di persone tra coloro che si trovavano nel bisogno”8.

    Dobbiamo fare attenzione che le notizie delle sofferenze dei rifugiati non diventino in qualche modo un luogo comune una volta che lo sconvolgimento iniziale svanisce, nonostante le guerre proseguano e le famiglie continuino ad arrivare. Milioni di rifugiati in tutto il mondo, le cui storie ormai non fanno più notizia, hanno ancora disperato bisogno di aiuto.

    Se vi state chiedendo: “Che cosa posso fare?”, ricordiamo per prima cosa che non dovremmo servire a spese della nostra famiglia e di altre responsabilità,9 né dovremmo aspettarci che i nostri dirigenti organizzino progetti per noi. Tuttavia, come giovani, uomini, donne e famiglie, possiamo partecipare a questo grande sforzo umanitario.

    In risposta all’invito della Prima Presidenza di prendere parte al servizio cristiano reso ai rifugiati in tutto il mondo,10 le presidenze generali della Società di Soccorso, delle Giovani Donne e della Primaria hanno organizzato un’iniziativa di soccorso chiamata “Fui forestiere”. La sorella Burton l’ha presentata alle donne della Chiesa lo scorso fine settimana alla Sessione generale delle donne. Su fuiforestiere.lds.org ci sono diverse idee, risorse e suggerimenti utili per rendere servizio.

    Iniziate inginocchiandovi in preghiera. Poi pensate a fare qualcosa vicino a casa, nella vostra comunità, dove troverete persone che hanno bisogno di aiuto per adattarsi alle loro nuove circostanze. Lo scopo ultimo è quello di restituirli a una vita operosa e autosufficiente.

    Le possibilità che abbiamo di dare una mano e di essere un amico sono infinite. Potreste aiutare i rifugiati reinsediati a imparare la lingua del paese che li ospita, a migliorare le loro abilità lavorative o a esercitarsi a sostenere un colloquio di lavoro. Potreste offrirvi di stare vicini a una famiglia o a una madre sola mentre si ambienta in una cultura sconosciuta, anche con qualcosa di semplice come accompagnarla al supermercato o a scuola. Alcuni rioni e pali collaborano con organizzazioni affidabili già esistenti. A seconda delle vostre circostanze, potete dare un contributo alle eccezionali iniziative umanitarie della Chiesa.

    Inoltre, ognuno di noi può accrescere la conoscenza degli eventi mondiali che spingono queste famiglie ad abbandonare la propria casa. Dobbiamo prendere posizione contro l’intolleranza e promuovere il rispetto e la comprensione tra culture e tradizioni. Conoscere le famiglie rifugiate e ascoltare le loro storie con le proprie orecchie, e non da uno schermo o dal giornale, vi cambierà. Nasceranno amicizie sincere che incoraggeranno la compassione e favoriranno un’integrazione efficace.

    Il Signore ci ha insegnato che i pali di Sion devono essere “una difesa” e “un rifugio dalla tempesta”.11 Noi abbiamo trovato rifugio. Usciamo dal nostro luogo sicuro e condividiamo con loro, dalla nostra abbondanza, la speranza in un futuro più luminoso, la fede in Dio e nei nostri simili e l’amore che vede oltre le differenze culturali e ideologiche verso la gloriosa verità che siamo tutti figli del nostro Padre Celeste.

    “Poiché Iddio ci ha dato uno spirito non di timidità, ma di forza e d’amore”.12

    Essere un rifugiato può essere un momento che definisce la vita di coloro che sono tali, ma essere un rifugiato non definisce tali persone. Come moltissime migliaia prima di loro, sarà un periodo — speriamo breve — della loro vita. Alcuni saranno vincitori di un premio Nobel, funzionari pubblici, medici, scienziati, musicisti, artisti, capi religiosi e contributori in altri campi. Anzi, molti di loro erano queste cose prima di perdere tutto. Questo momento non li definisce, ma il modo in cui agiremo definirà noi.

    “In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”.13 Nel nome di Gesù Cristo. Amen.

    Per ulteriori riferimenti, vedere fuiforestiere.lds.org e mormonchannel.org/blog/post/40-ways-to-help-refugees-in-your-community.

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      Note

      1. Matteo 25:35–36, 40.

      2. Vedere Stephanie Nebehay, “World’s Refugees and Displaced Exceed Record 60 Million”, 18 dicembre 2015, reuters.com.

      3. Vedere “Facts and Figures about Refugees”, unhcr.org.uk/about-us/key-facts-and-figures.html.

      4. Vedere “A Record 1.25 Million Asylum Seekers Arrived in the EU Last Year”, 4 marzo 2016, businessinsider.com.

      5. Linda K. Burton, “Fui forestiere”, Liahona, maggio 2016, 14.

      6. Giacomo 1:27.

      7. Dottrina e Alleanze 38:35; vedere anche Dottrina e Alleanze 81:5.

      8. Alma 1:30.

      9. Vedere lettera della Prima Presidenza, 26 marzo 2016; vedere anche Mosia 4:27.

      10. Vedere lettera della Prima Presidenza, 27 ottobre 2015.

      11. Vedere Dottrina e Alleanze 115:6; vedere anche Isaia 4:5–6.

      12. 2 Timoteo 1:7.

      13. Matteo 25:40.