Il perdono divino


Ronald E. Poelman


«L’inizio e la conclusione del pentimento che porta al perdono è la fede in Gesù Cristo, che è l’autore e il completamento della nostra fede».

Il Salvatore del mondo, il Redentore di tutti i figli di Dio, Gesù di Nazaret, ha il potere di perdonare i peccati. La testimonianza che Egli stesso portò di questo potere è contenuta nel Nuovo Testamento (vedi Matteo 9:6; Marco 2:10; Luca 5:20, 24). I Suoi apostoli Pietro e Paolo resero testimonianza di questa verità (vedi Atti 5:31; 13:38-39; Efesini 1:7), come fecero i profeti del Libro di Mormon (vedi Enos 1:5; Mosia 4:3; Moroni 6:8) e quelli dei tempi moderni (vedi DeA 61:2).


Nel corso dei secoli molti hanno trovato grande gioia e pace dell’animo comprendendo e accettando il perdono del Signore. Tuttavia molti altri evidentemente continuano a portare il fardello della colpa, del rimorso e del dubbio a causa di una incompleta conoscenza e testimonianza della dottrina di Cristo.


Recentemente ho avuto una conversazione privata con una persona che, avendo commesso una grave trasgressione, aveva anche compiuto un grande sforzo per pentirsi e ricevere il perdono dalle persone che aveva offeso, dalla Chiesa e dal Signore. Quando gli chiesi: «Sente di essere stato perdonato dal Padre celeste?» Dopo qualche esitazione, mi dette una risposta affermativa, ma seria. «Come otteniamo il perdono divino?» gli chiesi.


Egli mi raccontò di come aveva voltato le spalle al cattivo comportamento tenuto in passato, di come avesse confessato il suo peccato alle autorità del sacerdozio e avesse tentato di effettuare una riparazione nei confronti delle persone offese. Aveva inoltre descritto i suoi sforzi per vivere secondo i principi del Vangelo e le norme della Chiesa.


Il Salvatore e il Suo sacrificio espiatorio non furono neppure menzionati. Il presupposto implicito sembrava essere quello per cui il perdono divino si ottiene compiendo quei passi del pentimento che si limitano al cambiamento del proprio comportamento. Nonostante i suoi sforzi sinceri di pentirsi, questo fratello sembrava ancora oberato dal rimorso e dal rammarico e sentiva di dover continuare a pagare per i suoi peccati.


Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Altri, per quanto è a mia conoscenza, sono oberati dagli errori commessi in passato, grandi e piccoli, a causa di un’incompleta o errata conoscenza del piano di redenzione e di misericordia del nostro Padre. Coloro che sono afflitti da questo senso di colpa lottano senza necessità per tutta la vita senza conoscere la gioia e la pace della mente che sono il risultato auspicato del vero pentimento e del perdono divino.


La persona che presume di potere o di dover pagare il prezzo del suo peccato, al fine di meritarsi il perdono divino, non si sentirà libera di continuare a progredire verso la realizzazione del suo potenziale divino, ossia la vita eterna.


Il fatto è che noi non ci possiamo salvare da soli.


La miglior fonte dalla quale possiamo ricevere una corretta conoscenza di come si può ottenere il perdono è il Libro di Mormon. Esaminiamo alcuni esempi dei suoi insegnamenti.


Enos ci ha descritto la sua esperienza: solo nel bosco, ricorda le parole di suo padre riguardo alla vita eterna:


«E la mia anima era affamata; ed io m’inginocchiai dinanzi al mio Creatore, e mi rivolsi a Lui in preghiera fervente ed in suppliche per la mia anima …


E mi venne allora una voce che diceva: Enos, i tuoi peccati ti sono perdonati …


Perciò la mia colpa fu cancellata.


E dissi: Signore, come può essere?


Ed Egli mi rispose: Per la tua fede in Cristo» (Enos 1:4-8).


Come avviene ciò? Questa è una domanda su cui ognuno di noi è tenuto a meditare. Di nuovo, ci rivolgiamo al Libro di Mormon per una più chiara comprensione.


Padre Lehi spiega che il proposito divino della nostra prova terrena richiede che noi incontriamo un’opposizione in ogni cosa e, sapendo distinguere il bene dal male, esercitiamo il nostro libero arbitrio, facciamo delle scelte e siamo responsabili delle conseguenze (vedi 2 Nefi 2).


Dal profeta Alma apprendiamo che noi siamo soggetti alla legge divina e che per qualche aspetto tutti noi abbiamo trasgredito, rendendoci così soggetti alle richieste della giustizia (vedi Alma 42:14, 18). La giustizia di Dio è basata su leggi divine, in base alle quali riceviamo ciò che ci meritiamo secondo la nostra disobbedienza o obbedienza alla legge.


La giustizia non consente il perdono per il trasgressore, ma impone un castigo (vedi DeA 82:4). Nessuno è esente (vedi DeA 107:84). Dopo aver fatto tutto il possibile per pentirci, siamo ancora soggetti alle richieste della giustizia e ai suoi castighi, che noi non possiamo soddisfare.


Tuttavia, apprendiamo da Alma, il piano di misericordia del nostro Padre, in base al quale il Figlio di Dio avrebbe espiato i peccati del mondo, placa le esigenze della giustizia, per permettere a Dio di «potersi mostrare un Dio perfetto, giusto e pure misericordioso» (Alma 42:15).


Il sacrificio per procura compiuto dal Salvatore soddisfa la giustizia di Dio. Pertanto Dio concede la Sua misericordia, grazie alla quale possiamo ottenere il perdono delle nostre trasgressioni individuali mediante la fede nel Redentore, seguita dall’obbedienza alle leggi e alle ordinanze del Vangelo.


Padre Lehi impartì questi insegnamenti a suo figlio Giacobbe:


«Perciò, il riscatto viene nel Santo Messia e per Suo mezzo; perché Egli è pieno di grazia e di verità.


Ecco, Egli si offre in sacrificio per il peccato, per adempiere ai fini della legge, per tutti coloro che hanno un cuore spezzato ed uno spirito contrito» (2 Nefi 2:6-7).


L’inizio e il completamento del pentimento che portano al perdono è la fede in Gesù Cristo, che è l’autore e il finitore della nostra fede (vedi Moroni 6:4). La nostra fede in Lui come Salvatore e Redentore fa nascere in noi un dolore positivo per le nostre trasgressioni: un cuore spezzato ed uno spirito contrito, oltre a un senso di responsabilità personale. Segue poi un cambiamento di atteggiamento e il desiderio di rivolgersi a Dio.


Ci impegnamo a rinunciare a ogni disobbedienza, anche a ogni negligenza, e ci sforziamo più diligentemente di conoscere e di amare il nostro Padre nei cieli e di obbedire alle Sue leggi e comandamenti.


Durante tutto questo tempo preghiamo per avere il perdono del nostro Padre, per avere la forza di resistere alle tentazioni e l’ispirazione per poter riempire la nostra vita con quello che c’è di buono e di accetto al Signore. Chiediamo il perdono delle persone che possiamo aver offeso e cerchiamo di riparare al massimo delle nostre capacità.


Se il nostro comportamento passato è tale da influenzare la nostra posizione nella Chiesa, confessiamo alle autorità preposte e, se necessario, ci sottomettiamo alle misure disciplinari della Chiesa, che non hanno soltanto lo scopo di punire, ma di guarire e rinnovare. Durante il processo di pentimento proviamo sentimenti di rimorso, di rincrescimento e di colpa che ci fanno soffrire. Tuttavia la nostra sofferenza individuale non soddisfa le richieste della giustizia conseguenti alla disobbedienza alle leggi divine. Non possiamo pagare il prezzo dei nostri peccati.


Il Cristo risorto ha detto: «Poiché, ecco, Io, Iddio, ho sofferto queste cose per tutti, affinché non soffrano coloro che si pentiranno» (DeA 19:16). Ai Nefiti Egli rivolse questo invito: «Non volete ora ritornare a me, pentirvi dei vostri peccati e convertirvi, perché possa guarirvi?» (3 Nefi 9:13; corsivo dell’autore).


Tuttavia il dono del perdono del Signore non è completo sino a quando non viene accettato. Il pentimento vero e completo è un processo mediante il quale possiamo riconciliarci con Dio e accettare il divino dono del perdono.


Secondo le parole di Nefi «è per grazia che siamo salvati, dopo aver fatto noi stessi tutto il possibile» (2 Nefi 25:23).


L’effetto del sacrificio espiatorio infinito era duplice: primo, la risurrezione e l’immortalità per tutti, concesse incondizionatamente. Secondo, la vita eterna per ognuno di voi che soddisfa le condizioni prescritte, che sono la fede in Gesù Cristo come Salvatore e Redentore, seguita dal pentimento.


Allora possiamo qualificarci per ricevere le ordinanze del Vangelo che portano alla salvezza e all’esaltazione con le alleanze ad esse associate, sforzandoci costantemente di tenere fede a queste alleanze e di obbedire ai comandamenti di Dio.


Essendo esseri mortali, nonostante il nostro impegno e i nostri sforzi, non possiamo arrivare alla perfezione. Tuttavia, come Nefi tanti secoli fa, consapevoli delle nostre debolezze, delle tentazioni e degli errori passati, possiamo dire: «Ciò malgrado, io so in chi ho riposto la mia fiducia» (2 Nefi 4:19).


Poi segue la naturale determinazione a rinnovare i nostri sforzi.


Il personale riconoscimento e l’individuale accettazione della misericordia del nostro Padre, che ci è offerta mediante il sacrificio espiatorio di Gesù Cristo, e una rinnovata alleanza di obbedire ai principi del Vangelo sono elementi indispensabili per ricevere il perdono divino.


Alcuni esempi di questo processo e dei suoi risultati si trovano nel Libro di Mormon.


Dopo che fu loro spiegata la dottrina dell’Espiazione, i sudditi di re Beniamino, consapevoli delle loro trasgressioni passate, implorarono misericordia affinché, grazie al sangue espiatorio di Cristo, essi potessero ricevere il perdono dei loro peccati, poiché, essi dissero: «Noi crediamo in Gesù Cristo, il Figlio di Dio …


Allora … lo Spirito del Signore scese su di loro ed essi furono riempiti di allegrezza avendo ricevuto la remissione dei loro peccati ed avendo la coscienza acquietata per la grandissima fede ch’essi avevano in Cristo» (Mosia 4:2-3).


Ognuno di noi può chiedere: «Come posso sapere di essere stato perdonato?»


Dopo aver compiuto i passi del pentimento, confidando nella grazia e nella misericordia di Dio, è naturale per noi rendere testimonianza del Salvatore e del Suo sacrificio espiatorio e sforzarci di essere di esempio ai credenti.


Dall’anziano Bruce R. McConkie, apostolo di Gesù Cristo, ci pervengono queste parole di consolazione:


«Il rapporto che esiste tra portare testimonianza mediante il potere dello Spirito Santo e ottenere il perdono dei peccati illustra un glorioso principio del Vangelo. È quello per cui ogniqualvolta i santi fedeli ottengono la compagnia del Santo Spirito, essi sono puri dinanzi al Signore, poiché lo Spirito non dimora in un tabernacolo impuro. Essi pertanto ricevono la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo» (The Mortal Messiah: From Bethlehem to Calvary, 4 vol., Salt Lake City: Deseret Book Co., 1980, 3:40-41, No. 1).


Il cardine del Vangelo è il sacrificio per procura compiuto dal Salvatore, che soddisfa la giustizia divina e rende operativa la misericordia di Dio, che porta a una risurrezione universale e incondizionata e alla possibilità di ottenere la vita eterna per ognuno di coloro che accettano Gesù Cristo come Redentore e obbediscono ai principi, alle ordinanze e alle alleanze del Vangelo.


L’antico profeta Isaia ci ha rivolto questa esortazione: «Cessate dal fare il male … Imparate a fare il bene …


Quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; quand’anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana» (Isaia 16-18).


Inoltre leggiamo: «E, nondimeno, eran le nostre malattie ch’egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato …


Egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione» (Isaia 53:4-5).


Il profeta di questa dispensazione, Joseph Smith, e il suo collega Sidney Rigdon resero testimonianza del Vangelo, come è riportato nella sezione 76 di Dottrina e Alleanze. Ognuno di noi può ricevere una simile testimonianza personale, e pertanto io suggerisco che ognuno di noi esprima la sua testimonianza con queste parole:


«E questo è il vangelo …


Che Egli, Gesù, venne nel mondo per essere crocifisso per [me] e per portare i [miei[ peccati … e per santificare [me] e per purificar[mi] da ogni ingiustizia; affinché per Suo tramite [io] possa essere salvat[o]» (DeA 76:40-42).


Voglio concludere con questi versi di uno dei nostri inni più familiari:


Oh, quanto dolce a te,

rivolgesi il Signor.

Il tuo fardel affida a Lui

e spera nel Suo amor.

Temere non dobbiam

se veglia Dio su noi.

Ei che sostiene il mondo inter,

provvede ai figli Suoi.

Se il carico ogni dì s’aggrava sempre più,

affrettati, che riposar alfin potrai lassù.

Eterna è la bontà del dolce mio Signor,

che prende il mio fardel

e in cambio dona a me il Suo amor.


Porto solenne e personale testimonianza di queste verità che ho cercato di esporre, nel sacro nome del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo. Amen. 9