Il sacrificio nel servizio

Harold G. Hillam

Of the Presidency of the Seventy


Harold G. Hillam
Desidero che ogni giovane uomo e ogni coppia di coniugi che sono in grado di farlo si uniscano a coloro che hanno fatto tanti sacrifici per svolgere una missione a tempo pieno.

Guardandovi questa sera vedo molti giovani con i loro bravi padri e leali dirigenti del sacerdozio seduti fianco a fianco. Questi padri e dirigenti sono pronti a pagare il prezzo, sì, a compiere un sacrificio per il successo di voi giovani.

A proposito del sacrificio, ricordo una conversazione che ebbi alcuni anni fa con il mio presidente di palo nell’Idaho. Stavamo parlando dell’imminente campeggio degli Scout del Sacerdozio di Aaronne. Gli spiegai che era necessario che ogni persona portasse il proprio sacco a pelo. Il presidente del palo mi interruppe dicendo: «Non ho mai dormito nel sacco a pelo». Gli risposi subito: «Presidente, lei sta scherzando. È vissuto in questo bellissimo Stato dell’Idaho per tutti questi anni e non ha mai dormito nel sacco a pelo?»

«Proprio no!» mi rispose. «Non ci ho mai dormito. Ma mi sono davvero infilato in molti di essi». Poi continuò dicendo: «E mi infilerò in molti altri ancora se ciò può contribuire a salvare i ragazzi».

Il sacrificio di cui vorrei parlarvi questa sera è il sacrificio che accompagna il lavoro missionario. Sin dal principio del tempo il nostro Padre celeste ha chiamato dei servitori degni perché andassero nel mondo a proclamare il Vangelo e a portare testimonianza del Messia, Gesù Cristo. Molti di coloro che hanno svolto questo compito l’hanno fatto a costo di considerevoli sacrifici.

Consentitemi di parlare di quattro giovani che svolsero la loro missione tanto tempo fa. Si chiamavano Ammon, Aaronne, Omner e Himni, figli di re Mosia. Si erano convertiti con tanta convinzione che volevano che tutti udissero il messaggio del Vangelo. Nel Libro di Mormon leggiamo:

«Essi desideravano che la salvezza venisse annunciata ad ogni creatura, poiché non potevano sopportare l’idea che una sola anima umana perisse; sì, il solo pensiero che un’anima dovesse sopportare il tormento senza fine li faceva fremere e tremare» (Mosia 28:3).

Essi implorarono il loro padre di consentire loro di andare a svolgere il lavoro missionario tra i Lamaniti. Mosia temeva che i suoi figli non fossero al sicuro nel paese dei loro nemici.

«E re Mosia andò ad informarsi presso il Signore se dovesse lasciare andare i suoi figli fra i Lamaniti a predicare la parola» (v. 6).

La prima parte della risposta del Signore forse non era esattamente quello che Mosia voleva udire:

«Il Signore disse a Mosia: Lasciali andare» (v. 7). Ma poi seguono tre meravigliose promesse. La prima è: «Perché molti crederanno nelle loro parole»; la seconda: «Io libererò i tuoi figli dalle mani dei Lamaniti»; e infine la terza: «Otterranno la vita eterna» (ibidem).

Notate che Egli non promise loro grandi ricchezze; promise il più grande di tutti i doni di Dio, la vita eterna! Potete immaginare una promessa più bella per i missionari fedeli?

I quattro figli missionari di Mosia non scelsero una via facile. La loro scelta non era né comoda né ammirata da tutti. Rinunciarono al trono. «Mosia non aveva alcuno a cui conferire il regno» (v. 10): infatti erano tutti in missione! Svolgere una missione non era esattamente la cosa più opportuna da fare. I nostri giovani furono messi in ridicolo anche dagli altri membri della Chiesa. Ammon ricorda così quell’esperienza: «Ora, fratelli miei, vi ricordate quanto dicemmo ai nostri fratelli nel paese di Zarahemla che noi saremmo andati alla terra di Nefi, per predicare ai nostri fratelli, i Lamaniti, ed essi ci schernirono e ci trattarono con disprezzo? (Alma 26:23; corsivo dell’autore). La loro decisione di svolgere una missione non era dettata dall’interesse. Ammon parla delle difficoltà che essi incontrarono: «Siamo stati rigettati, disprezzati, coperti di sputi, colpiti in pieno viso . . . presi e legati con forti corde, gettati in prigione». Tuttavia Ammon continua: «Grazie alla potenza ed alla saggezza di Dio, siamo stati di nuovo liberati» (v. 29).

Quelle non erano missioni facili, ma migliaia furono i convertiti.

Passiamo ora a un’altra schiera di missionari più vicini al nostro tempo, nel periodo della Restaurazione. C’era una considerevole persecuzione da parte dei nemici dentro e fuori la Chiesa. In un momento in cui sembrava che il Profeta avesse bisogno di loro in patria, due apostoli, Brigham Young e Heber C. Kimball, furono mandati in missione all’estero. Segue lo storico resoconto dell’anziano Heber C. Kimball della toccante scena della loro partenza:

«Andai da mia moglie, che stava a letto e tremava per la febbre, con due bambini pure ammalati al suo fianco, e le presi la mano. Abbracciai lei e i miei figli e dissi loro addio; l’unico bambino che stava un po’ meglio era il piccolo Heber Parley, che con grande difficoltà riusciva a portare un secchio mezzo pieno d’acqua dalla sorgente ai piedi della collina per placare la loro sete. Fu con difficoltà che salimmo sul carro e procedemmo giù per la collina per circa cento metri; mi sembrava che il cuore mi si sciogliesse nel petto; come potevo abbandonare la mia famiglia in quelle condizioni, quasi fra le braccia della morte? Mi sembrava impossibile sopportarlo. Dissi al conducente: ‹Fermati un attimo›. Poi mi rivolsi a fratello Brigham dicendo: ‹È dura, non è vero? Alziamoci e salutiamoli›. Ci alzammo e, agitando i cappelli per tre volte sopra il nostro capo, gridammo: ‹Urrà! Urrà per Israele!› Vilate [Kimball] sentì il nostro grido; si alzò dal letto e venne sulla porta; aveva un sorriso sul volto, ed ella e Mary Ann Young gridarono: ‹Arrivederci! Dio vi benedica›. Ricambiammo l’augurio e dicemmo al conducente di procedere. Dopo questo fatto provai una sensazione di gioia e di gratitudine per aver avuto la soddisfazione di vedere mia moglie in piedi invece di lasciarla a letto, sapendo che non avrei veduto i miei cari per due o tre anni» (citato da Helen Mar Whitney, «Life Incidents», Woman’s Exponent, 15 luglio 1880, pag. 25). Quella fu una delle quattro missioni svolte da quei due apostoli missionari.

Vorrei ora tornare al presente per parlarvi di un colloquio che ho avuto con un bravo capo-zona nella Missione di Interlagos, a San Paolo del Brasile. Dissi al missionario: «Parlami della tua famiglia». Egli mi raccontò quanto segue. Era nato in una famiglia benestante. Suo padre occupava un’importante posizione in una società multinazionale. Si erano trasferiti dal Brasile in Venezuela. Era uno di sette figli, tutti membri della Chiesa.

Quando quel missionario aveva quindici anni, suo padre fu ucciso da un colpo di pistola sparato da un ladro in fuga. In un consiglio di famiglia fu deciso di tornare in Brasile e investire tutti i risparmi nell’acquisto di una piccola casa. Un anno e mezzo dopo la madre informò i figli che le era stato diagnosticato il cancro. La famiglia usò tutti i risparmi per pagare le spese mediche, che tuttavia non dettero alcun risultato. Sei mesi dopo la madre morì, lasciando soli i figli ancora giovani.

Il nostro missionario, l’anziano Bugs, che allora aveva sedici anni, andò a lavorare, prima a vendere vestiti, poi forniture per computer. Impiegava il denaro guadagnato con tanta fatica per mantenere i suoi fratelli e sorelle più piccoli. Egli disse: «Fummo sempre tanto fortunati da avere abbastanza da mangiare. Lavoravo durante il giorno e la sera aiutavo i bambini a fare i compiti. Mi manca molto la mia sorellina più piccola. Le ho insegnato io a leggere».

L’anziano Bugs continua: «Poi il vescovo mi invitò nel suo ufficio per un colloquio. Mi chiamò in missione. Gli dissi che avrei dovuto prima parlarne con la mia famiglia. Nel nostro consiglio di famiglia mi ricordarono che papà ci aveva sempre insegnato che dovevamo essere preparati a servire il Signore come missionari a tempo pieno. Accettai la chiamata. Quando ricevetti la lettera del profeta, ritirai tutti i miei risparmi. Comprai un vestito nuovo, un paio di pantaloni, delle camice bianche, alcune cravatte e un paio di scarpe nuove. Detti il resto del denaro al vescovo (era sufficiente a mantenere la famiglia per circa quattro mesi), abbracciai i miei cari e partii per la missione».

Guardai ammirato quel bravo giovane e dissi: «Anziano, chi si prende cura della sua famiglia durante la sua assenza?»

«Be’», disse, «mio fratello ha sedici anni. Ha la stessa età che avevo io quando morì la mamma. Ora provvede lui alla famiglia».

Recentemente ho avuto occasione di parlare al telefono con l’anziano Bugs. È tornato dalla missione da sei mesi. Quando gli chiesi come stava, mi rispose: «Ho trovato di nuovo un buon lavoro e provvedo alla mia famiglia; ma, oh, quanto mi manca la missione! È stata la cosa più bella che abbia mai fatto. Ora sto aiutando il mio fratello più giovane a prepararsi per la sua missione».

Perché questi grandi missionari, e altri come loro, hanno volontariamente sacrificato gli agi della vita familiare, hanno rinunciato alla compagnia dei parenti, degli amici e delle loro ragazze per rispondere alla chiamata a servire? Perché hanno una testimonianza di Gesù Cristo. E quando essi Lo conoscono, non c’è letto troppo corto o troppo duro, non c’è clima troppo caldo o troppo freddo, né cibo troppo diverso, né lingua così ostica che non li trovino disposti a servirLo. Nessun sacrificio è troppo grande per servire il Maestro, che sacrificò tutto Se stesso per dare ai Suoi fratelli e sorelle il modo di ritornare a casa dal loro Padre celeste. E poiché essi sono fedeli alle loro chiamate, a migliaia riveriranno i loro nomi per tutte le eternità.

Porto testimonianza che non c’è chiamata più grandiosa di quella del servizio a tempo pieno per il nostro Redentore, di aiutarLo a portare i figli del nostro Padre celeste alla conoscenza di Colui che ha reso possibile la vita eterna. Prego che ogni giovane uomo e ogni coppia di coniugi che sono in grado di farlo si uniscano a coloro che hanno fatto tanti sacrifici per svolgere una missione a tempo pieno. E dico questa preghiera nel nome del Signore e Salvatore Gesù Cristo. Amen. 9