Il dovere ci chiama

Thomas S. Monson

First Counselor in the First Presidency


Thomas S. Monson
Questo lavoro non è soltanto mio e vostro. È il lavoro del Signore, e quando siamo impegnati a svolgere il Suo lavoro abbiamo diritto al Suo aiuto.

Quanti sono coloro che partecipano alla nostra riunione generale del sacerdozio, questa sera! L’apostolo Pietro vi ha descritto molto bene: «Voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio, una gente santa, un popolo che Dio s’è acquistato affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla Sua maravigliosa luce». 1

Quand’ero giovane, alla Scuola Domenicale cantavamo spesso questo inno:

Arruolati dal Signor noi combatterem;
lieti siam! lieti siam!
La corona in premio per chi vince avrem;
la terremo per l’eternità . . .
Nessun pericolo mai temerem,
il Salvatore ci guiderà.
Il Suo potere ci proteggerà
e presto a casa insieme noi ritornerem. 2

Fratelli, quando contempliamo il meraviglioso mondo in cui viviamo e poi ci rendiamo conto dei tumulti che ci circondano, siamo pieni di gioia perché sappiamo che Gesù, nostro capo, ci è sempre vicino. Viviamo in un mondo di sprechi. Troppo spesso le risorse naturali vengono gestite senza criterio. Viviamo in un mondo pieno di necessità. Alcuni sono immersi nel lusso, altri devono affrontare la fame. Non tutti hanno cibo, casa, vestiti e amore a sufficienza. Troppe persone sono afflitte da sofferenze che non conoscono sollievo, da malattie non necessarie, dalla morte prematura. Viviamo in un mondo pieno di conflitti, alcuni di natura politica, altri di natura economica. Tuttavia la più feroce di tutte le battaglie è quella che ha in palio le anime degli uomini.

Il nostro comandante, il Signore Gesù Cristo, dichiarò:

«Ricordate che il valore delle anime è grande agli occhi di Dio . . .

E se doveste faticare tutti i vostri giorni nel proclamare pentimento a questo popolo per portare non fosse che una sola anima a me, quanto sarà grande la vostra gioia in sua compagnia nel regno di mio Padre!

Ed ora, se la vostra gioia è già grande con un’anima che mi avete portata nel regno di mio Padre, quanto sarà grande, se me ne portate molte!» 3

Egli invitò dei pescatori della Galilea a lasciare le reti e a seguirLo, dichiarando: «Venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini». 4 E lo fece. Egli mandò i Suoi amati apostoli in tutto il mondo a proclamare il Suo glorioso Vangelo. Ed Egli rivolge ad ognuno di noi l’invito: «Vieni a lottar». 5 Egli ci dà il piano di battaglia accompagnato dall’ammonimento: «Pertanto, che ognuno apprenda ora il suo dovere e agisca in tutta diligenza nell’ufficio a cui è nominato». 6 Mi piace molto, mi sta molto a cuore questa nobile parola: dovere.

Il presidente John Taylor ci ha lasciato questo ammonimento: «Se non fate onore alle vostre chiamate, Dio vi riterrà responsabili di coloro che avreste potuto salvare se aveste fatto il vostro dovere». 7

Un altro presidente, George Albert Smith, disse: «È vostro dovere prima di tutto conoscere ciò che il Signore vuole e poi, mediante il potere e la forza del Suo santo sacerdozio, fare onore alla vostra chiamata di fronte ai nostri simili, in maniera tale che le persone siano felici di seguirvi». 8

Come si fa onore a una chiamata? Semplicemente svolgendo il servizio che essa comporta.

Abbiamo accettato la chiamata; siamo stati ordinati; deteniamo il sacerdozio.

Il presidente Stephen L. Richards parlava spesso ai detentori del sacerdozio e sottolineava la sua idea riguardo ad esso. Egli dichiarò: «Il sacerdozio di solito è definito come il ‹potere di Dio delegato all’uomo›». Poi continua: «Ritengo che questa definizione sia esatta. Ma in pratica mi piace definire il sacerdozio in termini di servizio, e spesso lo chiamo ‹il perfetto piano di servizio›». 9

Forse mi chiederete: «Dove si trova la strada del dovere?» Fratelli, credo con tutto il cuore che due cartelli indichino questa strada: il DOVERE DI PREPARARSI e il DOVERE DI SERVIRE.

Spieghiamo il significato di questi due cartelli.

Prima c’è il DOVERE DI PREPARARSI. Il Signore ci ha dato questo consiglio: «Cercate nei migliori libri le parole di saggezza, cercate l’istruzione sia con lo studio, sia pure con la fede». 10

La preparazione per le occasioni e le responsabilità della vita non è mai stata più urgente di ora. Viviamo in una società in costante cambiamento. Un’accesa competizione fa parte della vita. Il ruolo di marito, padre, nonno, provveditore e protettore è molto diverso da quello che era una generazione fa. La preparazione non è questione di scelta, non è facoltativa; è un obbligo. Scomparso per sempre è il concetto che «l’ignoranza a volte è un bene». E la preparazione precede la prestazione.

Tutti noi che deteniamo il sacerdozio siamo attualmente, o sicuramente saremo, insegnanti di verità. Il Signore ci ha dato questi consigli:

«Istruitevi diligentemente, e la mia grazia vi accompagnerà, affinché possiate essere istruiti perfettamente nella teoria, nei principi, nella dottrina e nella legge del Vangelo, in tutte le cose che concernono il regno di Dio e che è utile che voi comprendiate . . .

«Affinché possiate essere preparati in tutte le cose, quando vi manderò di nuovo per adempiere onorevolmente la vocazione alla quale vi ho chiamati e la missione di cui vi ho incaricati». 11

Secondo, c’è il DOVERE DI SERVIRE.

Nel febbraio 1914 la Prima Presidenza, formata da Joseph F. Smith, Anthon H. Lund e Charles W. Penrose, dichiarò: «Il sacerdozio non viene conferito per dare all’uomo onore o prestigio, ma per affidargli il ministero di servire coloro fra i quali i detentori di questo sacro incarico sono chiamati». 12

Alcuni di voi possono essere timidi per natura o non considerarsi all’altezza di rispondere affermativamente a una chiamata. Questo lavoro non è soltanto mio e vostro. È il lavoro del Signore, e quando siamo impegnati a svolgere il Suo lavoro abbiamo diritto al Suo aiuto. Ricordate che il Signore prepara coloro che chiama.

A volte il Signore ha bisogno di un po’ d’aiuto per aiutare qualcuno a capire la validità di questo principio. Ricordo che quando ero presidente del Comitato missionario della Chiesa, ricevetti una telefonata da un componente della presidenza del Centro addestramento dei missionari a Provo, nell’Utah. Mi informava che un giovane chiamato in missione in un paese di lingua spagnola incontrava qualche difficoltà nell’applicarsi allo studio di questa lingua e aveva dichiarato: «Non potrò mai imparare lo spagnolo!» Quell’uomo mi chiedeva: «Cosa suggerisce di fare?»

Ci pensai per qualche momento, poi risposi: «Domattina lo metta come osservatore in una classe di missionari che cercano di imparare il giapponese. Poi mi informi sulle sue reazioni».

Il mio interlocutore rispose nel giro di ventiquattro ore con questa relazione: «Il missionario è rimasto nella classe di lingua giapponese soltanto mezza giornata, poi mi ha chiamato e pieno di entusiasmo mi ha detto: ‹Per favore, mi rimetta nella classe di spagnolo. Credo di poter imparare quella lingua›». E lo fece.

Le lezioni tenute in classe a volte possono intimidirci, ma l’insegnamento e l’apprendimento più efficace spesso hanno luogo fuori della cappella o dell’aula.

Molti di voi detengono il Sacerdozio di Aaronne. Vi state preparando a diventare missionari. Cominciate ora a conoscere in gioventù la gioia del servizio nella causa del Maestro. Consentitemi di citarvi un esempio di questo servizio.

Alcuni anni fa, poco dopo la Festa del Ringraziamento, ricevetti una lettera da una vedova che avevo conosciuto nel palo in cui avevo fatto parte della presidenza. Ella era appena tornata da un banchetto organizzato dal suo vescovato. Le sue parole rispecchiano la pace che sentiva e la gratitudine che le riempiva il cuore:

Caro presidente Monson,

Ora vivo a Bountiful. Mi mancano gli amici del nostro vecchio palo, ma mi consenta di descriverle una meravigliosa esperienza che ho fatto. All’inizio di novembre a tutte le vedove e alle altre persone anziane è stato recapitato l’invito a partecipare a un bel pranzo. Ci fu detto di non preoccuparci dei mezzi di trasporto poiché sarebbero stati forniti dai giovani del rione.

All’ora stabilita un bel giovane ha suonato alla porta e ha portato me e un’altra sorella al centro del palo. Arrivate a destinazione, due altri giovani ci hanno accompagnato nell’edificio e ci hanno fatto accompagnare ai tavoli. Ognuno di noi aveva alla sua destra e alla sua sinistra un giovane o una giovane. Ci fu servito un delizioso pranzo del Ringraziamento, e in seguito ci fu un bello spettacolo.

Poi i giovani ci hanno riportato a casa. È stata una serata molto piacevole. La maggior parte di noi ha versato qualche lacrima per l’amore e il rispetto che ci erano stati dimostrati.

Presidente Monson, quando vedo i giovani che trattano le altre persone come hanno fatto i giovani di cui le ho parlato, sento che la Chiesa è in buone mani.

Allora mi vennero a mente le parole dell’epistola di Giacomo: «La religione pura e immacolata dinanzi a Dio e Padre è questa: visitar gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri dal mondo». 13

A questo vorrei aggiungere qualche parola: Dio benedica i dirigenti, i giovani e le giovani che con tanto altruismo hanno portato tanta gioia alle persone sole e tanta pace nella loro anima. Grazie a tali esperienze, questi giovani hanno imparato il significato del servizio e hanno sentito la vicinanza del Signore.

Nel 1962, quando tornai a casa dopo aver presieduto alla Missione Canadese della Chiesa, ricevetti una telefonata dell’anziano Marion G. Romney. Egli mi informava che la Prima Presidenza mi aveva nominato componente del comitato di correlazione per gli adulti della Chiesa, Comitato che aveva il compito specifico di collaborare alla preparazione di un nuovo programma: l’insegnamento familiare. Ebbe così inizio per me un’esperienza molto interessante e remunerativa. Ogni fase del nostro lavoro, quando era stato portato a termine, veniva esaminata dalla Prima Presidenza e dal Consiglio dei Dodici. Nella primavera del 1963 il nostro lavoro era stato completato e molti di noi furono chiamati a far parte di un nuovo comitato: il Comitato dell’insegnamento familiare del sacerdozio, e incaricati di visitare i pali della Chiesa per farlo conoscere e incoraggiarne l’attuazione.

Il presidente David O. McKay si incontrò con tutte le Autorità generali della Chiesa e con i rappresentanti del Comitato. Egli rivolse ai presenti questo consiglio: «L’insegnamento familiare è una delle nostre possibilità più urgenti e remunerative di nutrire e ispirare, consigliare e dirigere i figli del nostro Padre . . . È un servizio divino, una chiamata divina. È nostro dovere come insegnanti familiari portare lo Spirito divino in ogni casa e in ogni cuore».

Nel 1987 il presidente Ezra Taft Benson rivolse questo consiglio ai fratelli che partecipavano alla riunione generale del sacerdozio: «L’insegnamento familiare non deve essere intrapreso casualmente. La chiamata all’insegnamento familiare deve essere accettata come se vi fosse recapita personalmente dal Signore Gesù Cristo». 14 Egli citò poi il noto passo della sezione 20 di Dottrina e Alleanze dove il Signore dichiara al sacerdozio: «La mansione dell’insegnante è di vegliare sempre sulla Chiesa e di accompagnare e fortificare i membri.

E di vigilare perché non vi sia iniquità nella Chiesa . . .

E di provvedere che la Chiesa si riunisca spesso e che tutti i membri facciano il loro dovere». 15

«E visitare la dimora di ogni membro, esortandolo a pregare ad alta voce e in segreto e ad occuparsi di tutti i doveri familiari». 16

Recentemente i nostri nipoti hanno portato a casa le pagelle, che hanno mostrato con soddisfazione sia ai loro genitori che a noi. Questa sera vorrei chiedere a tutti i detentori del sacerdozio di assegnarsi un voto in pagella riguardo all’insegnamento familiare. Siete pronti? Sarà sufficiente che rispondiate Sì o No.

  1. 1.

    Siete assegnati come insegnanti familiari?

  2. 2.

    Gli insegnanti familiari vengono a farvi visita almeno una volta al mese?

  3. 3.

    Gli insegnanti familiari hanno preparato ed espongono un messaggio del Vangelo?

  4. 4.

    Gli insegnanti familiari si informano su ogni componente della famiglia, anche su quelli che possono essere assenti da casa per motivi di studio o per svolgere la missione?

  5. 5.

    Quale lezione gli insegnanti famigliari hanno esposto a casa vostra il mese scorso?

  6. 6.

    Gli insegnanti familiari si sono uniti in preghiera con la vostra famiglia durante la loro visita?

  7. 7.

    Avete fatto l’insegnamento familiare il mese scorso?

Questo quiz potrete continuarlo, ma mi sembra che le domande che ho fatto bastino per stimolarvi a fare un ripasso mentale e a spingervi a rendere una prestazione migliore.

Sono consapevole che noi qui dalla sede della Chiesa abbiamo autorizzato alcune modifiche nelle procedure dell’insegnamento familiare là dove i detentori del sacerdozio erano pochi – sino al punto da consentire alla moglie di accompagnare il marito quando non è disponibile un altro detentore del sacerdozio. Ma queste eccezioni dovevano essere davvero eccezioni, non la regola. Chiediamo che a ogni attivo detentore del Sacerdozio di Melchisedec sia assegnato un insegnante o un sacerdote o un anziano potenziale per aderire all’ingiunzione delle Scritture: «E se alcuno fra voi è forte nello spirito, che prenda con sé colui che è debole, affinché possa essere edificato in umiltà, e possa divenire forte lui pure». 17 Questo è l’insegnamento familiare del sacerdozio come dovrebbe generalmente funzionare.

Se dovessimo considerare questo incarico troppo oneroso o ritenere che richieda troppo tempo, consentitemi di raccontarvi l’esperienza fatta da un fedele insegnante familiare e dal suo collega in quella che era allora la Germania dell’Est.

Fratello Johann Denndorfer si era convertito alla Chiesa in Germania e dopo la seconda guerra mondiale si trovò praticamente prigioniero nel suo paese: in Ungheria, nella città di Debrecen. Quanto desiderava andare al tempio! Quanto desiderava ricevere le sue benedizioni spirituali! Le sue domande di poter andare al tempio in Svizzera erano state respinte l’una dopo l’altra ed egli era quasi arrivato alla disperazione. Poi venne a trovarlo il suo insegnante familiare. Fratello Walter Krause andò dalla sua casa, nella Germania nord-orientale, sino in Ungheria. Egli aveva detto al suo collega dell’insegnamento familiare: «Vuoi venire con me a fare l’insegnamento familiare questa settimana»?

Il suo collega gli aveva chiesto: «Quando andiamo»?

«Domani», rispose fratello Krause.

«Quando torneremo»? chiese ancora il suo collega.

«Tra circa una settimana, se tutto va bene!»

E così partirono per andare a far visita a fratello Denndorfer. Questi non vedeva gli insegnanti familiari da prima della guerra. Ora, quando vide i servi del Signore, fu preso dalla commozione. Non strinse loro la mano; preferì tornare nella sua stanza e prendere da un nascondiglio i soldi della decima che aveva messo da parte sin dal giorno in cui era diventato membro della Chiesa ed era tornato in Ungheria. Consegnò la decima ai suoi insegnanti familiari e disse: «Ora sono in pari con il Signore. Ora mi sento degno di stringere la mano ai Suoi servitori!»

Fratello Krause gli chiese del suo desiderio di andare al tempio in Svizzera. Fratello Denndorfer rispose: «Non serve a nulla. Ci ho provato molte volte. Il nostro governo mi ha anche confiscato i libri della Chiesa, il mio più grande tesoro!»

Fratello Krause, che era patriarca, impartì a fratello Denndorfer una benedizione patriarcale. Alla conclusione della benedizione egli disse a fratello Denndorfer: «Chiedi di nuovo al governo di lasciarti andare in Svizzera». E fratello Denndorfer presentò di nuovo la domanda alle autorità. Questa volta arrivò l’approvazione, e con gioia fratello Denndorfer andò al tempio in Svizzera dove rimase un mese. Ricevette la sua investitura. La moglie defunta fu a lui suggellata, ed egli poté svolgere il lavoro di tempio per centinaia di suoi antenati. Tornò a casa rinnovato nel corpo e nello spirito.

Cosa possiamo dire degli insegnanti familiari che fecero quella storica e ispirata visita al loro fratello Johann Denndorfer?

Poiché conosco personalmente ogni protagonista di questo dramma umano, non sarei affatto sorpreso di sapere che tornando da Debrecen, in Ungheria, alla loro casa nella Germania Orientale, essi cantavano ad alta voce: «Nessun pericol mai temerem, il Salvatore ci guiderà. Il Suo potere ci proteggerà e presto a casa insiem noi ritornerem». 18

Fratelli del sacerdozio, ricordiamo tutti il nostro dovere di prepararci e il nostro dovere di servire affinché, possiamo meritarci l’approvazione del Signore: «Va bene, buono e fedel servitore». 19 Nel nome di Gesù Cristo, amen.

Mostra riferimenti

  1.  

    1. 1 Pietro 2:9.

  2.  

    2. Inni, No. 157.

  3.  

    3. DeA 18:10, 15–16.

  4.  

    4. Matteo 4:19.

  5.  

    5. Inni, No 157.

  6.  

    6. DeA 107:99.

  7.  

    7. Journal of Discourses, 20:23.

  8.  

    8. Conference Report, aprile 1942, 14.

  9.  

    9. Conference Report, aprile 1937, 46.

  10.  

    10. DeA 88:118.

  11.  

    11. DeA 88:78, 80.

  12.  

    12. James R. Clark, Messages of the First Presidency of The Church of Jesus Christ of Latter-day Saints, 6 voll. [1965–1975], 4:304.

  13.  

    13. Giacomo 1:27.

  14.  

    14. La Stella, luglio 1987, 46.

  15.  

    15. DeA 20:53–55.

  16.  

    16. DeA 20:51.

  17.  

    17. DeA 84:106.

  18.  

    18. Inni, No. 157.

  19.  

    19. Matteo 25:21.