In questo glorioso mattino di Pasqua

Gordon B. Hinckley

President of the Church


Gordon B. Hinckley
Egli vive! Egli vive, risplendente e meraviglioso, il Figlio del Dio vivente. Di questo noi portiamo solenne testimonianza in questo giorno di gioia, in questo mattino di Pasqua.

Miei cari fratelli e sorelle, consentitemi di dire qualche parola. Prima di tutto voglio dire che è bellissimo vedere tutti voi che vi siete radunati nel Tabernacolo in questa mattina di Pasqua. Siete una vista meravigliosa. È una cosa straordinaria contemplare con gli occhi della mente le tante altre persone che si sono radunate in più di tremila sale in varie parti del mondo.

Mi dispiace che molti di voi che avrebbero voluto unirsi a noi in questo Tabernacolo questa mattina non siano riusciti a entrare. Molte sono le persone che stanno qui fuori, nei giardini. Questa sala unica nel suo genere, straordinaria, costruita dai nostri padri pionieri e dedicata al culto del Signore, accoglie comodamente a sedere circa seimila persone. Alcuni di voi che siedono su quelle dure panche da due ore forse vorrebbero contestare la parola comodamente.

Esprimo il mio sincero rincrescimento a coloro che volevano entrare e non hanno potuto farlo. Circa un anno fa suggerii ai Fratelli che forse era giunto il tempo di esaminare la possibilità di costruire un altro edificio dedicato al culto su una scala più grande, per accogliere, tre o quattro volte tante, le persone che vediamo sedute in questo edificio.

Naturalmente ci rendiamo conto che non potrà mai esservi una sala abbastanza grande da accogliere tutti i membri di questa chiesa in rapido progresso. Siamo stati benedetti con il dono di altri mezzi di comunicazione e con la disponibilità delle trasmissioni via satellite, che consentono a centinaia di migliaia di persone di tutto il mondo di seguire gli atti di questa conferenza.

Ma vi è ancora un gran numero di persone che vorrebbero sedere là dove è possibile vedere di persona coloro che parlano e partecipano in altri modi. La struttura che immaginiamo non sarà un palazzetto dello sport. Sarà una grande sala con sedie fisse e un’acustica eccellente. Sarà un edificio dedicato al culto, e questo sarà il suo scopo principale. Sarà costruita in modo da consentire che soltanto una parte o l’intera sala possa essere usata, secondo necessità. Accoglierà non soltanto coloro che partecipano alle riunioni di culto, ma servirà anche ad altri scopi della Chiesa, come ad esempio rappresentazioni a soggetto religioso e cose del genere. Ospiterà avvenimenti culturali comunitari che siano in armonia con il suo scopo.

I progetti architettonici e tecnici non hanno ancora raggiunto uno stadio che ci consenta di fare un annuncio dettagliato, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sono incoraggianti, e speriamo che il progetto si realizzi.

Per qualche momento vorrei ora parlare di una questione personale.

Un anno fa, in questa conferenza, in solenne assemblea avete alzato la mano per sostenermi in questa grande e sacra chiamata. Il mio cuore si riempie di gratitudine per le vostre espressioni di fiducia. Mi sento umile, mi sento sopraffatto dalle vostre parole di bontà, lealtà e affetto. Penso di capire almeno in parte la portata di questa responsabilità. Non ho altro desiderio se non quello di fare ciò che il Signore vuole che sia fatto. Io sono il Suo servitore, chiamato a servire il Suo popolo. Questa è la Sua chiesa. Noi siamo soltanto i custodi di ciò che Gli appartiene.

Sono profondamente grato per i due uomini bravi e capaci che stanno al mio fianco come consiglieri, che mi sono tanto leali e utili. Sono grato per i miei Fratelli del Quorum dei Dodici Apostoli. Da nessuna parte troverete un gruppo di uomini più devoti e più capaci, che amano il Signore e cercano di fare la Sua volontà. Sono altrettanto grato per i Quorum dei Settanta e per il Vescovato Presiedente. Sono grato per le Autorità di area, per i presidenti di palo e i vescovi, per coloro che presiedono ai quorum, per i fedeli presidenti di missione e di tempio. Sono grato per le organizzazioni ausiliarie e per la forza, la capacità e la dedizione di coloro che presiedono alle organizzazioni delle donne, delle giovani donne, della Scuola Domenicale e dei bambini. Sono grato per ogni membro di questa chiesa che vive nella fede. Siamo tutti uniti in questo lavoro come Santi degli Ultimi Giorni, legati dal comune amore per il nostro Maestro che è il Figlio di Dio, il Redentore del mondo. Siamo un popolo dell’alleanza che ha preso su di sé il Suo santo nome.

La Chiesa è forte o debole a seconda che ogni fedele è forte o debole nella fede o nella sua prestazione.

Durante l’anno passato ho viaggiato a lungo. Ho deciso che finché ne avrò la forza andrò tra i fedeli, in patria come all’estero, per esprimere la mia gratitudine, per dare incoraggiamento, per rafforzare la fede, per insegnare, per aggiungere alla loro la mia testimonianza e al tempo stesso ricevere forza da loro. Ringrazio tutti coloro che contribuiscono a questa attività.

Intendo continuare a muovermi con energia sino a quando sarò in grado di farlo. Voglio mescolarmi alle persone che amo. Ultimamente mi sono incontrato con i nostri giovani, con migliaia di loro. Ho fatto esperienze meravigliose e rassicuranti. Per me è fonte di ispirazione guardare negli occhi tanti giovani che amano il Signore, che vogliono fare ciò che è giusto, che vogliono costruirsi una vita produttiva e piena di buone opere. Questi giovani lavorano duramente per acquisire le capacità che saranno utili a loro stessi e alla società di cui faranno parte. Essi svolgono missioni per la Chiesa in numero senza precedenti. Sono puliti, intelligenti, capaci e felici. Sicuramente il Signore ama i giovani di questa generazione eletta che imparano a servire la Sua chiesa. Anch’io li amo, e voglio che lo sappiano. La vita non è facile per loro. Penso che mai in passato il male sia stato presentato in vesti tanto attraenti e ingannevoli da coloro che sono animati da sinistri disegni e cercano di arricchirsi a costo della rovina di tante persone che si lasciano indurre a fare uso delle loro cattive mercanzie.

Rivolgo il mio saluto ai padri e alle madri che sono fedeli l’uno all’altro e crescono i loro figli nella fede e nell’amore. C’è stata una reazione molto positiva al Proclama sulla famiglia che abbiamo emanato l’ottobre scorso. Speriamo che lo leggerete spesso.

Questo lavoro sta crescendo in tutto il mondo in maniera straordinaria e meravigliosa. Il Signore apre le porte delle nazioni; addolcisce il cuore delle persone. Ogni anno entrano nella Chiesa l’equivalente di cento nuovi pali di Sion. Questa crescita comporta tanti impegni. Come è stato fatto notare, la Chiesa è cresciuta al punto che oggi abbiamo più fedeli fuori degli Stati Uniti che dentro di essi.

Grazie, fratelli e sorelle, per il vostro retto vivere. Vi ringrazio per gli sforzi che fate per essere all’altezza delle elevate norme di questa che è la chiesa del Signore. Grazie per la vostra fede. Grazie per il vostro sostegno che mi dimostrate con le opere e con l’affetto. Grazie per le vostre preghiere.

Come tutti qui sanno, c’è soltanto un motivo per cui ognuno di noi lavora, cioè per aiutare il nostro Padre in cielo a compiere l’opera, che è anche la Sua gloria, di far avverare l’immortalità e la vita eterna dei Suoi figli e delle Sue figlie (vedi Mosè 1:39).

Questo vasto programma divino ha soltanto un grande obiettivo, ossia la redenzione dell’umanità da parte del Signore Gesù Cristo. È di questo che ora voglio parlare brevemente.

Questa è la mattina di Pasqua. Questo è il giorno del Signore, giorno in cui celebriamo la più grande vittoria di tutti i tempi: la vittoria sulla morte.

Coloro che odiavano Gesù pensavano di averLo sconfitto per sempre, quando i chiodi crudeli trapassarono la Sua carne tremante e la croce fu innalzata sul Calvario. Ma Egli era il Figlio di Dio, ed essi non conoscevano il Suo potere. Tramite la Sua morte venne la risurrezione e la certezza della vita eterna. Nessuno di noi può comprendere pienamente il dolore che Egli sopportò mentre pregava nel Getsemani e mentre pendeva ignominiosamente tra due ladroni, mentre coloro che guardavano Lo deridevano e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvar se stesso!» (Matteo 27:42; Marco 15:31).

Con dolore indescrivibile coloro che Lo amavano deposero il Suo corpo martoriato e senza vita nella tomba nuova di Giuseppe di Arimatea. Ogni speranza era scomparsa dalla vita dei Suoi apostoli, che Egli aveva amato e ammaestrato. Egli, che questi consideravano il loro Signore e Maestro, era stato crocefisso, e il Suo corpo giaceva in una tomba sigillata. Egli aveva parlato loro della Sua imminente morte e risurrezione, ma non avevano capito. Ora essi si sentivano abbandonati e scoraggiati. Sicuramente piangevano e dubitavano, mentre la grande pietra veniva rotolata davanti all’ingresso del sepolcro.

Il sabato ebraico passò; poi venne un nuovo giorno, un giorno che da allora in poi sarebbe stato per sempre il giorno del Signore. Nel loro dolore Maria Maddalena e le altre donne vennero alla tomba. La pietra non era più al suo posto. La curiosità le spinse a guardare nell’interno del sepolcro. Con grande stupore si avvidero che la tomba era vuota.

Spaventata e timorosa Maria corse da Simon Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava. Ella gridò: «Han tolto il Signore dal sepolcro, e non sappiamo dove l’abbiano posto» (Giovanni 20:2).

Essi vennero di corsa, e i loro timori ebbero conferma. Sconsolati guardarono, quindi «se ne tornarono a casa» (Giovanni 20:10).

«Ma Maria se ne stava al di fuori presso al sepolcro a piangere. E mentre piangeva, si chinò per guardare dentro al sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro a’ piedi, là dov’era giaciuto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: Donna, perché piangi? Ella disse loro: Perché han tolto il mio Signore, e non so dove l’abbiano posto. Detto questo, si voltò indietro, e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Gesù le disse: Donna, perché piangi? Chi cerchi? Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai posto, e io lo prenderò. Gesù le disse: Maria! Ella, rivoltasi, gli disse in ebraico: Rabbunì! che vuol dire: Maestro! Gesù le disse: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: Io salgo al Padre mio e al Padre vostro, all’Iddio mio e Iddio vostro» (Giovanni 20:11–17).

Ella che tanto Lo aveva amato, ella che era stata guarita da Lui, fu la prima persona alla quale Egli apparve. Poi seguirono gli altri, anche, come dichiara Paolo, sino a cinquecento fratelli in una sola volta (vedi 1 Corinzi 15:16).

Ora gli apostoli sapevano quello che Egli aveva cercato di insegnare loro. Toma, quando toccò le Sue ferite, esclamò: «Signor mio e Dio mio!» (Giovanni 20:28).

Può qualcuno dubitare della veridicità di questo resoconto? Nessun avvenimento della storia è stato confermato con maggiore certezza. C’è la testimonianza di tutti coloro che videro, toccarono e parlarono con il Signore risorto. Egli apparve in due continenti, in due emisferi, e ammaestrò il popolo prima della Sua definitiva ascensione. Due sacri volumi, due testamenti parlano di questo che è il più glorioso di tutti gli avvenimenti della storia umana. Ma i critici contestano che queste sono soltanto storie. A loro rispondiamo che oltre a queste c’è la testimonianza, portata dallo Spirito Santo, della realtà e della validità di questo straordinario avvenimento. Nel corso dei secoli innumerevoli persone hanno sacrificato le loro comodità, le loro fortune, la vita stessa per la ferma convinzione della realtà del Signore risorto e vivente.

Poi venne la risonante testimonianza del profeta di questa dispensazione, che in una meravigliosa teofania vide il Padre onnipotente e il Figlio risorto, che gli parlarono. Quella visione, troppo gloriosa per poterla descrivere adeguatamente, diventò la base di questa Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, con tutte le chiavi, autorità e poteri che stanno in essa, e il conforto e sostegno che si possono trovare nella testimonianza dei suoi fedeli.

Non c’è nulla di più universale della morte, nulla di più risplendente della speranza, della fede e della sicurezza dell’immortalità. Il profondo dolore che si prova davanti a ogni morte, il lutto che segue la scomparsa di una persona cara sono mitigati soltanto dalla certezza della risurrezione del Figlio di Dio in quella prima mattina di Pasqua.

Quale significato avrebbe la vita senza la realtà dell’immortalità? La vita diventerebbe soltanto uno squallido viaggio che si concluderebbe nell’oblio.

«O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?» (1 Corinzi 15:55).

Il dolore della morte viene assorbito dalla pace della vita eterna. Tra tutti gli avvenimenti registrati nelle cronache dell’umanità nessuno è più importante della Risurrezione.

Contemplando la meravigliosa Espiazione operata in favore di tutta l’umanità, il profeta Joseph Smith dichiarò con parole chiare e belle:

«Che le montagne gridino di gioia, e voi tutte, valli, fate intendere la vostra voce, e voi tutti, mari e terreferme, raccontate le meraviglie del vostro Eterno Re! E voi, fiumi, torrenti e ruscelli, scorrete con gioia. Che i boschi e tutti gli alberi dei campi lodino il Signore; e voi, rocce massicce, piangete di gioia! E che il sole, la luna e le stelle del mattino cantino insieme, e che tutti i figli di Dio gridino di gioia! E che le creazioni eterne dichiarino il Suo nome in eterno. E vi ripeto ancora: Com’è gloriosa la voce che intendiamo proclamare dal cielo nelle nostre orecchie la gloria, la salvezza, l’onore, l’immortalità e la vita eterna, regni, principati e poteri!» (DeA 128:23).

Ovunque la fredda mano della morte colpisce, al di là della tristezza e dell’oscurità, risplende la figura trionfante del Signore Gesù Cristo, Egli, il Figlio di Dio, che tramite il suo ineguagliabile ed eterno potere vinse la morte. Egli è il Redentore del mondo. Egli dette la Sua vita per ognuno di noi. Egli la riprese per diventare la primizia di coloro che dormono. Egli, come Re dei re, si erge trionfante sopra tutti gli altri re. Egli, come Onnipotente, sta al di sopra di tutti i regnanti. Egli è il nostro conforto, l’unico nostro vero conforto, quando lo scuro velario della notte terrena scende su di noi mentre lo spirito esce dal suo tabernacolo umano.

Là, sovrastando tutta l’umanità, sta Gesù il Cristo, il Re della gloria, il Messia senza macchia, il Signore Emmanuele. Nell’ora del più profondo dolore troviamo speranza, pace e certezza nelle parole dette dall’angelo la mattina di Pasqua: «Egli non è qui, poiché è risuscitato come avea detto» (Matteo 28:6). Troviamo forza nelle parole di Paolo: «Come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saran tutti vivificati» (1 Corinzi 15:22).

Attonito resto pensando all’immenso amor
che il grande Sovrano professa ed offre a me.
Io tremo al pensier del dolore che un dì patì,
per me peccatore in croce Gesù morì.
Meraviglioso è il Suo grande amor,
che Gli costò dolor;
meraviglioso è il Suo amore per me!

Egli è il nostro Re, il nostro Signore, il nostro Maestro, il Cristo vivente che sta alla destra del Padre. Egli vive! Egli vive, risplendente e meraviglioso, il Figlio vivente del Dio vivente. Di questo noi portiamo solenne testimonianza in questo giorno di gioia, in questo mattino di Pasqua, quando commemoriamo il miracolo della tomba vuota, nel nome di Colui che si levò da morte, il Signore Gesù Cristo. Amen.