Confermate nella fede

Aileen H. Clyde


Possediamo una conoscenza che molti altri non hanno; perciò dobbiamo ricordare che il nostro lavoro non è cosa da poco, né ha lo scopo di divertire . . . Noi cerchiamo la fermezza e il coraggio per agire secondo le convinzioni che abbiamo acquisito a caro prezzo.

Gioiamo adesso, per ubbidire all’esortazione dell’inno che abbiamo ascoltato. Non siamo più stranieri sulla terra. Cantiamo per esprimere la nostra fede in Dio (in particolare questa sera che sentiamo cantare le Sue figlie), forti della nostra consapevolezza che Cristo e il Suo popolo saranno sempre uniti.

«E manderò la giustizia dal cielo, e farò uscire la verità dalla terra per portare testimonianza del mio Unigenito Figliuolo . . . che la giustizia e la verità spazzino la terra . . . per raccogliere i miei eletti dai quattro canti della terra in un luogo che Io preparerò . . . e sarà chiamato Sion» (Mosè 7:62).

Anche se la Sion verso la quale tutte noi camminiamo insieme con Dio non è ancora in vista, tuttavia davanti a noi si stende la via che porta ad essa tramite la fede in Gesù Cristo. Attorno a noi vediamo la conferma della promessa contenuta nelle Scritture, che la rettitudine e la verità sono sulla terra e che Cristo è venuto per fare per noi ciò che non possiamo fare da sole.

Le donne della Società di Soccorso raccolte qui questa sera e quelle che ci seguono da molte località sparse su tutta la terra sono una prova che la rettitudine e la verità riempiono il mondo con la loro fede in Gesù Cristo. Il nostro Salvatore va innanzi a noi e ci invita a stringere con Lui un rapporto di alleanza che ci aiuti a trovare la giusta via. In Giovanni 15, versetto 10, leggiamo: «Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; com’io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore».

La natura reciproca del nostro rapporto con Dio è un elemento fondamentale di questo rapporto. Cristo non verrà meno ai Suoi impegni; noi ci troviamo quaggiù per conoscere meglio i modi in cui dobbiamo fare la nostra parte. Poiché conosceva e contraccambiava l’amore di Suo Padre, il nostro Salvatore ottenne la forza di fare tutto ciò che Gli era stato comandato. Poi venne la promessa che vedremo realizzarsi, se dimoriamo in Cristo e consentiamo alle Sue parole di dimorare in noi:

«Queste cose vi ho detto, affinché la mia allegrezza dimori in voi, e la vostra allegrezza sia resa completa.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come Io ho amato voi» (Giovanni 15:11–12).

Il nostro Padre celeste e Suo Figlio si aspettano che confidiamo l’uno nell’altro per quanto attiene ai rapporti di amore e di fiducia, secondo lo schema che Essi ci hanno indicato. Ogni cosa è stata disposta per aiutarci a trovare la forza spirituale necessaria. In Dottrina e Alleanze leggiamo:

«Agli uni è accordato dallo Spirito Santo di conoscere che Gesù Cristo è il Figliuolo di Dio e che Egli fu crocefisso per i peccati del mondo.

Ad altri è accordato di credere nelle loro parole, affinché possano avere anch’essi la vita eterna se perseverano fedelmente» (DeA 16:13–14).

Quindi abbiamo la promessa che ci sviluppiamo spiritualmente se crediamo nelle parole di coloro che sanno, la cui fede ha prodotto in loro la capacità di perseverare e di progredire. La fede ci dà il potere e la capacità di agire. Molti di noi hanno veduto esempi di questa fede nella vita quotidiana; ma spesso questi esempi non sono adeguatamente notati. Nel 1839 Mary Fielding Smith, moglie di Hyrum Smith, scrisse una lettera che conserviamo nei nostri archivi a suo fratello Joseph Fielding. La lettera enuncia con chiarezza la natura reciproca dei rapporti umani e dei rapporti con Dio, secondo come ci è insegnato nelle Scritture.

«Caro fratello,

immagino che tu sia stato informato dell’incarcerazione del mio caro marito insieme con suo fratello Joseph, l’anziano Rigdon e altri che furono tenuti lontano da noi per quasi sei mesi. Sono certa che nessuno ha sentito più di me i dolorosi effetti della loro incarcerazione. Fui lasciata in condizioni che richiedevano l’esercizio di tutto il coraggio e di tutte le risorse che possedevo. Mio marito mi fu strappato da uomini armati in un momento in cui avevo particolarmente bisogno delle più tenere cure e attenzioni di un tale amico. Invece mi sono trovata improvvisamente a dover provvedere a una famiglia numerosa. Pochi giorni dopo ai nostri figli si è aggiunto anche il mio caro piccolo Joseph F.. Poco dopo averlo dato alla luce sono stata colpita da un forte raffreddore accompagnato da brividi e febbre. La malattia, aggravata dall’ansietà che dovevo sopportare, mi ha portato sulla soglia della morte. Per almeno quattro mesi non sono stata in condizioni di provvedere né a me stessa né al bambino. Ma il Signore è stato misericordioso poiché ha disposto le cose in modo che la mia cara sorella potesse stare con me. Il suo bambino aveva cinque mesi quando è nato il mio; pertanto ha potuto allattarli entrambi.

Avrai anche sentito che noi, come popolo, siamo stati scacciati dallo Stato del Missouri, dalle nostre case. Questo è accaduto durante la mia malattia. Hanno dovuto trasportarmi per più di trecento chilometri, quasi sempre nel mio letto. Durante il viaggio ho sofferto molto; ma tre o quattro settimane dopo l’arrivo nell’Illinois ho cominciato a migliorare, e ora la mia salute è buona più che mai.

Ora viviamo a Commerce, sulle sponde del gran fiume Mississippi. La posizione è molto piacevole; a te piacerebbe tanto. Non so per quanto tempo ci sarà concesso di goderne; ma il Signore sa cos’è meglio per noi. Non sono molto preoccupata di dove mi trovo, se posso tenere i miei pensieri rivolti a Dio; poiché tu sai che in questo vi è la pace perfetta. Credo che il Signore regoli ogni cosa per il nostro bene. Immagino che i nostri nemici ci osservino con stupore e delusione» (citato da Carol Cornwall Madsen, In Their Own Words: Women and the Story of Nauvoo [1994], pagg. 98–99).

Mary Fielding Smith chiamò a raccolta tutte le sue risorse per affrontare le immense difficoltà che riempivano la sua vita quotidiana. Se le sue lettere commoventi e dettagliate possono essere una cosa rara, non lo sono le esperienze che ella fece nei suoi rapporti con Dio. Oggi, dovunque vado, nella Chiesa vedo esempi di una simile dignità nelle donne e negli uomini le cui prove sono diverse per quanto riguarda le circostanze, ma simili per quanto riguarda il coraggio e le risorse che richiedono.

Per il grande amore che Egli nutre per noi, Dio volle per rivelazione fornirci i mezzi per la nostra salvezza; ma indicò anche i modi in cui possiamo aiutarci reciprocamente per affrontare le difficoltà che incontriamo sul nostro cammino verso la salvezza. L’organizzazione istituita dal Signore per le donne esiste affinché possiamo soccorrere coloro che hanno bisogno di noi. Questo lavoro tanto importante richiede che ci convinciamo che per Dio tutte le cose sono spirituali (vedi DeA 29:34). Noi donne della Chiesa possediamo una conoscenza di cui molte altre persone mancano. Perciò dobbiamo ricordare che il nostro lavoro non è cosa da poco, né ha lo scopo di divertire qualcuno. Abbiamo la fortuna di conoscere i principi che enunciamo quando cantiamo «Sono un figlio di Dio» (Inni, No. 190), ma dobbiamo ricordare in cuor nostro che le esperienze fatte quaggiù ci chiedono anche di essere adulti dell’esercito di Dio. E ancora, le Scritture descrivono il processo di maturazione che ci è chiesto: «Quand’ero fanciullo parlavo da fanciullo, pensavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo; ma quando son diventato [adulto], ho smesso le cose da fanciullo» (1 Corinzi 13:11). Non cerchiamo di perdere la freschezza dei bambini che consente di recepire più facilmente gli insegnamenti impartiti; cerchiamo la fermezza e il coraggio per agire secondo le convinzioni che abbiamo acquisito a caro prezzo.

Abbiamo la possibilità di servire il prossimo in un’epoca in cui molte di noi sono sole o afflitte, maltrattate o abbandonate, che cercano sinceramente la fede o che già l’hanno. I modi in cui la Società di Soccorso può insegnare e edificare esistono da lungo tempo, ma non avranno l’effetto desiderato senza i talenti e la dedizione di ogni donna, un giorno dopo l’altro. Le persecuzioni esterne possono essere diverse da quelle subite da Mary Fielding Smith, ma sono non di meno reali. A molte di noi sembra di sforzarci, troppo spesso sole e senza aiuto, di sopravvivere a una valanga di pressanti doveri e impegni. Alcune lamentano la perdita di contatti umani o di una meta per il futuro. Questi sentimenti, come tutte le tribolazioni, sono comuni a noi tutte in quanto esseri umani; ma poi scopriamo che vi sono degli antidoti se riusciamo a sviluppare la nostra fede personale e collettiva e la mettiamo in pratica con azioni adeguate.

Alcuni mesi fa mi sono molto commossa quando ho partecipato a una riunione tenuta a Lagos, in Nigeria, in un edificio dai muri di cemento spogli e nudi e dal tetto di lamiera. Le dirigenti della Società di Soccorso e i loro consulenti del sacerdozio erano riuniti in quell’edificio da più di due ore. Avevamo lavorato insieme per conoscere quali mezzi potevano utilizzare per avere più forza nello svolgere i compiti attinenti alle loro importanti chiamate, per accrescere la loro fede e per superare le tribolazioni che li affliggevano in quella grande metropoli.

Quando finimmo di cantare l’inno di chiusura e dicemmo amen alla fine di una preghiera sincera, un rumore di tuono riempì la stanza. Era uno scroscio di pioggia. Quell’improvviso diluvio che si abbatteva sul tetto di lamiera rendeva impossibile ogni conversazione e non potevamo salutarci. L’acqua già correva lungo la strada e stava per superare la soglia. Le riunioni erano state programmate nel pomeriggio in modo che la maggior parte dei partecipanti potesse tornare a casa prima di buio. Ora, mentre sedevamo silenziosi in attesa che il nubifragio cessasse, era ovvio che gli intervenuti non soltanto avrebbero dovuto affrontare i pericoli dell’oscurità, ma che sarebbero arrivati a casa inzuppati fino al midollo. Pensai a Alma che si apriva la strada attraverso le tribolazioni (vedi Alma 8:14–15); poi ricordai la benedizione che si riversò su di lui. Per un momento feci un paragone tra le condizioni alquanto simili in cui si era trovato Alma ad Ammoniha e quelle dei nostri santi di Lagos, in Nigeria. Un angelo aveva detto ad Alma: «Alza il capo e gioisci . . . poiché sei stato fedele nell’obbedire ai comandamenti di Dio fin dal tempo in cui ricevesti da Lui il tuo primo messaggio» (Alma 8:15).

Nella stanza rumorosa c’erano persone che andavano per il mondo, come aveva fatto Alma, per insegnare e aiutare altre persone a raggiungere la salvezza tramite il potere della loro fede. Quando videro che la pioggia non accennava a cessare, si alzarono, all’inizio uno alla volta, poi due o tre insieme. Ci abbracciammo, ci stringemmo la mano con solennità, poi essi uscirono. Avevano ricevuto la conferma, nella loro nuova consapevolezza, che l’ineguagliabile potere di Dio, la Sua misericordia e longanimità impedivano che essi potessero essere recisi e consegnati all’infelicità eterna e al dolore (vedi Helaman 5:12). Essi avevano ricevuto nuovo coraggio per affrontare, pieni di speranza, l’attuale viaggio per tornare a casa e il loro eterno futuro. Il loro comportamento dette coraggio anche a me.

Porto testimonianza che apparteniamo a Dio poiché Egli è il nostro Creatore. L’espiazione compiuta da Suo figlio ci garantisce la vita eterna a grande prezzo grazie al Suo grande amore. So che queste cose sono vere. Nel nome di Gesù Cristo. Amen. 9