L’onestà: una bussola morale

James E. Faust


L’onestà è qualcosa di più di non mentire. Significa dire la verità, parlare con verità, vivere nella verità e amare la verità.

Miei cari fratelli siamo tutti onorati che tanti di noi in tanti paesi possono radunarsi per partecipare a questa grande riunione del sacerdozio della Chiesa. Tutti noi siamo grati che il nostro amato profeta e capo, il presidente Gordon B. Hinckley, sia presente. Tutti siamo lieti che il presidente Hinckley possa incontrarsi con tanti santi di tanti paesi da quando è stato chiamato come Presidente della Chiesa e impartisca loro la sua benedizione. Siamo grati per la sua guida ispirata. Non ho parole per descrivere il senso di umiltà che provo perché posso servire insieme al presidente Hinckley, al presidente Monson, ai componenti del Quorum dei Dodici e alle altre Autorità generali della Chiesa. Sento un profondo rispetto e gratitudine per ognuno di loro.

Fratelli, dobbiamo tutti preoccuparci per le condizioni della società in cui viviamo, una società che è come una Harmaghedon morale. Sono preoccupato dalla sua influenza su di noi detentori del sacerdozio di Dio. Nel mondo vi sono molte persone che sembrano non conoscere o non curarsi del bene o del male. Tutti conosciamo il tredicesimo articolo di fede. Lo ripeto per darvi maggiore enfasi: «Noi crediamo di dover essere onesti, fedeli, casti, benevoli e virtuosi, e di fare il bene a tutti gli uomini. Infatti noi possiamo dire che seguiamo l’ammonimento di Paolo. Noi crediamo ogni cosa, speriamo ogni cosa, abbiamo sopportato molte cose e speriamo di poter sopportare ogni cosa. Se vi sono cose virtuose, amabili, di buona reputazione o degne di lode, queste sono le cose a cui noi aspiriamo».

Tutti dobbiamo sapere cosa significa essere onesti. L’onestà è qualcosa di più di non mentire. Significa dire la verità, parlare con verità, vivere nella verità e amare la verità. Johan, un bambino svizzero di nove anni che faceva parte di una carovana di pionieri dei carretti a mano, è un esempio di onestà. Suo padre mise sul carretto un grosso pezzo di carne di bisonte dicendo che doveva servire per il pranzo domenicale. Johan racconta: «Ero molto affamato e dalla carne emanava un profumo delizioso mentre io spingevo il carretto. Avevo con me un temperino . . . Anche se sapevo che mi aspettava una dura punizione da parte di mio padre quando l’avesse scoperto, ogni giorno tagliavo via un pezzo di carne che divoravo di nascosto. Prima di ingoiarla la masticavo a lungo, sino a quando perdeva ogni sapore. Quando mio padre venne a prendere il pezzo di carne, mi chiese se ne avevo mangiato una parte. Gli dissi: ‹Sì, avevo fame e non ho resistito alla tentazione›. Invece di punirmi mio padre si voltò e si asciugò le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi».

Voglio parlarvi francamente dell’onestà. L’onestà è una bussola morale che guida i nostri passi. Voi giovani siete sotto pressione per imparare le tecnologie che si espandono e continueranno ad espandersi con grande rapidità. Tuttavia la necessità di eccellere nel sapere secolare spesso tenta le persone a scendere a compromessi sulle cose più importanti: l’onestà e l’integrità.

Imbrogliare a scuola è controproducente. Andiamo a scuola per imparare. Imbrogliamo noi stessi quando cerchiamo di progredire grazie agli sforzi e alla diligenza altrui.

Una sorella mi ha raccontato l’esperienza fatta da suo marito quando frequentava la facoltà di medicina. «Aveva dovuto sudare sette camicie per essere ammesso a una facoltà a numero chiuso, ed egli doveva prendere dei buoni voti per continuare a frequentarla. Mio marito aveva studiato giorno e notte per affrontare il primo esame. Il professore distribuì i fogli dell’esame e uscì dalla stanza. Subito gli studenti tirarono fuori di tasca biglietti, appunti, quaderni contenenti le risposte. Mio marito si sentì venir meno quando si rese conto che avrebbe dovuto competere con studenti che avrebbero ottenuto buoni voti grazie ai loro imbrogli. Ma proprio allora uno studente alto e magro si alzò dal fondo dell’aula e disse: ‹Per iscrivermi a questa facoltà ho dovuto fare tanti sacrifici, vivere con mia moglie e i miei tre figli piccoli in un minuscolo appartamento, lavorare ogni ora libera dallo studio. Denuncerò chiunque di voi imbroglierà per superare questo esame. VI PREGO DI CREDERMI! Gli credettero, e i fogli e gli appunti sparirono con la stessa rapidità con la quale erano venuti alla luce. Quel giovane aveva fissato per la sua classe una norma di comportamento che dette i suoi frutti. Da essa uscì il più alto numero di laureati nella storia di quella università». Quel giovane studente di medicina che aveva affrontato gli imbroglioni era J Ballard Washburn che poi diventò medico famoso, ricevette un riconoscimento speciale dall’Associazione dei medici dell’Utah per il suo lavoro, diventò infine Autorità generale e attualmente presiede al Tempio di Las Vegas, nel Nevada.

In realtà siamo in competizione soltanto con noi stessi. Gli altri possono sfidarci e stimolarci, ma siamo noi che dobbiamo frugare dentro la nostra anima e mettere a buon uso l’intelligenza e le capacità che Dio ci ha dato. Non possiamo farlo se vogliamo trarre profitto senza fatica dalle capacità altrui.

L’onestà è un principio, e noi abbiamo il libro arbitrio morale di stabilire come mettere in pratica questo principio; abbiamo il libero arbitrio di compiere le nostre scelte; ma in ultima analisi saremo responsabili di ogni scelta che facciamo. Possiamo ingannare gli altri, ma c’è una Persona che non potremo mai ingannare. Nel Libro di Mormon leggiamo: «Il guardiano alla porta è il Santo d’Israele; egli non tiene là alcun servitore; e non vi è altra via, se non attraverso la porta; poiché egli non può essere ingannato, poiché Signore Iddio è il suo nome».

Nel 1942, in piena guerra fui arruolato nell’Aviazione degli Stati Uniti. Una fredda notte d’inverno fui messo di sentinella nel Campo Chanute, nell’Illinois. Andai avanti e indietro per tutta la lunga notte senza mai smettere di meditare. Quando spuntò il giorno ero arrivato ad alcune chiare conclusioni. Ero fidanzato, ma sapevo che non avrei potuto mantenere una moglie con la mia paga di soldato. Due giorni dopo feci domanda per essere ammesso alla scuola ufficiali. A tempo debito fui chiamato per un colloquio davanti alla commissione della scuola. Le mie qualifiche non erano molte, ma avevo due anni di università e avevo svolto una missione per la Chiesa in Sud America.

Le domande che mi fecero durante il colloquio presero un indirizzo sorprendente. Quasi tutte riguardavano le mie convinzioni religiose. «Fuma?» «Beve?» «Cosa pensa di quelli che fumano e bevono?» Non fu difficile rispondere a queste domande.

«Prega?» «Pensa che un ufficiale debba pregare?» L’ufficiale che mi fece queste domande era un duro soldato di carriera. Non sembrava una persona che pregasse spesso. Ci riflettei su per un momento. Lo avrei offeso se avessi espresso la mia sincera opinione? Volevo tanto diventare ufficiale per non dover più fare la sentinella del turno di notte, lavorare in cucina e pulire i gabinetti; ma soprattutto volevo che io e la mia fidanzata potessimo sposarci.

Decisi di non lasciare spazio agli equivoci. Ammisi che pregavo e che ritenevo che gli ufficiali potevano chiedere la guida divina come avevano fatto alcuni generali veramente grandi. Dissi loro che pensavo che gli ufficiali dovevano essere preparati a guidare i loro uomini in tutte le attività idonee, compresa la preghiera.

Passarono poi a domande più interessanti. «In tempo di guerra si possono rilassare le norme morali? Lo stress della battaglia giustifica azioni che gli stessi uomini non compirebbero in condizioni normali?»

Mi resi conto che avevo l’occasione di dare prova di una certa tolleranza. Ero sicuro che gli uomini che mi avevano fatto quella domanda non osservavano le norme che mi erano state insegnate. Mi passò per la mente la possibilità che forse potevo dire che avevo le mie convinzioni, ma che non desideravo imporle agli altri. Ma nella mia mente passarono anche i volti di tante persone alle quali avevo predicato la legge della castità quando ero missionario. Alla fine dissi semplicemente: «Non penso ci debbano essere differenti norme di moralità».

Uscii dal colloquio rassegnato al fatto che quei duri ufficiali non avevano gradito le risposte che avevo dato alle loro domande e che sicuramente avrei ricevuto un punteggio molto basso. Alcuni giorni dopo furono pubblicati i risultati degli esami. Fui molto stupito di vedere che ero stato promosso. Facevo parte del primo gruppo di giovani accettati per il corso ufficiali! Mi diplomai, fui nominato sottotenente, sposai la mia fidanzata e «vivemmo sempre insieme felici e contenti».

Quell’episodio fu un momento cruciale della mia vita. Non tutte le esperienze che ho fatto hanno dato i risultati simili o quelli che speravo; ma tutte hanno rafforzato la mia fede.

Il furto è fin troppo comune in questo mondo. Molti pensano che l’unica cosa che conta sia non essere scoperti. Il furto assume molte forme: borseggio, taccheggio, furto di automobili, di autoradio, di giradischi, di qualsiasi cosa appartenga al prossimo; rubare tempo, denaro e oggetti al proprio datore di lavoro; rubare al governo appropriandosi del denaro dei contribuenti o presentando false denunce dei redditi o chiedendo prestiti senza l’intenzione di ripagarli. Nessuno ha mai ottenuto alcunché di valore con il furto. Nella tragedia Otello Shakespeare fa dire a Iago una grande verità:

Chi mi ruba la borsa, ruba un nonnulla
Quel denaro era mio, ora è suo;
è appartenuto ad altre mille persone.
Ma colui che mi sottrae il buon nome
mi priva di una cosa che non lo arricchisce
e fa di me davvero un povero.

Rubare, in qualsivoglia forma, non è degno di un detentore del sacerdozio.

Qualsiasi atto di disonestà è in contrasto con l’esercizio del sacerdozio di Dio. Infatti il sacerdozio può essere esercitato soltanto sul principio della rettitudine. Quando viene esercitato «con un qualsiasi grado di ingiustizia» si ritira. Il sacerdozio e l’ingiustizia non possono coesistere. Comportandosi con disonestà le persone non fanno che imbrogliare se stesse.

Vi sono molti modi di dire la verità. Quando diciamo «bugie a fin di bene» impariamo a dire bugie vere e proprie. Il grado di sincerità che dimostriamo nel nostro comportamento è proporzionale alla nostra tranquillità di coscienza. Il giornalista David Casstevens del giornale Dallas Morning News ha raccontato la storia di Frank Szymanski, attaccante della squadra Notre Dame negli anni 40’ quando fu chiamato a deporre come testimone in una causa civile a South Bend, nell’Indiana.

«Quest’anno fa parte della squadra Notre Dame?» chiese il giudice.

«Sì, signor giudice».

«In quale ruolo?»

«Quello di attaccante, signor giudice».

«È un buon attaccante?»

Szymanski si dimenò imbarazzato sulla sedia, ma disse con fermezza: «Signor giudice, sono il miglior attaccante che la squadra Notre Dame abbia mai avuto».

L’allenatore Frank Leahy, presente in aula, rimase sorpreso. Szymanski si era sempre mostrato modesto e umile. Perciò alla fine dell’udienza egli prese da parte il giocatore e gli chiese perché avesse fatto una simile dichiarazione. Szymanski arrossì.

«Mi è dispiaciuto farlo, allenatore», rispose poi. «Ma dopo tutto ero sotto giuramento».

L’estate scorsa ad Atlanta, in Georgia, si sono tenute le Olimpiadi. Molti atleti si erano allenati per lunghi anni per competere con successo in quei giochi. In molti casi pochi centesimi di secondo dividevano il vincitore della medaglia d’oro da quelli delle medaglie d’argento e di bronzo e dalla possibilità del lucroso sfruttamento commerciale del successo ottenuto.

In alcune occasioni si è scoperto che i concorrenti avevano fatto uso di steroidi per migliorare la loro prestazione. Nello sport come nella vita dobbiamo raggiungere il successo onestamente, con le nostre forze, non con l’imbroglio.

Voglio raccontarvi la storia di un ottimo atleta, di un giovane dotato di grande forza di carattere. Non andò mai alle Olimpiadi, ma merita l’alloro olimpico perché fu onesto con se stesso e con il suo Dio.

L’episodio di cui fu protagonista è stato riferito dall’allenatore sportivo della sua scuola media. «Oggi era il giorno della gara di salita alla corda di cinque metri. Il mio compito è quello di addestrare i miei giovani a salire in cima alla corda nel minor tempo possibile.

Il miglior tempo della scuola è di 2,1 secondi, un primato che resiste da tre anni. Oggi questo tempo è stato migliorato . . .

Da tre anni Bobby Polacio, un ragazzo di quattordici anni e mezzo, si allenava continuamente, spinto dal sogno di migliorare questo tempo.

Nel primo tentativo Bobby raggiunse la cima con il tempo di 2,1 secondi, eguagliando il primato. Al secondo tentativo il cronometro si fermò esattamente sui due secondi, un nuovo primato. Ma quando Bobby scese a terra e la classe si strinse attorno a me per controllare l’orologio, seppi che dovevo fare a Bobby una domanda. Nella mia mente rimaneva il dubbio se il ragazzo aveva o no toccato la tavola che stava in cima alla corda. Se l’aveva mancata, doveva essere soltanto per una frazione di centimetro; e soltanto Bobby conosceva la risposta.

Mentre veniva verso di me, con il volto privo di espressione, gli chiesi: ‹Bobby, hai toccato la tavola?› Se avesse risposto ‹Sì›, il primato che aveva sognato di realizzare sin da quando aveva dieci anni, e per il quale si era allenato quasi ogni giorno, sarebbe stato suo. Sapeva che mi sarei fidato della sua parola.

Davanti alla classe che già lo acclamava, quel ragazzo smilzo, dalla pelle scura, scosse il capo. E in quel semplice gesto vidi un momento di grandezza . . .

. . . Fu con un nodo alla gola che dissi alla classe: ‹Questo ragazzo non ha stabilito un primato nella salita alla corda. No, ha stabilito un primato molto più importante, un primato che voi o chiunque altro dovreste sforzarvi di realizzare: Egli ha detto la verità›.

Mi voltai verso Bobby e dissi: ‹Bobby, sono orgoglioso di te. Hai stabilito un primato che molti atleti non raggiungono mai. Ora, per il tuo ultimo tentativo voglio che al segnale di via tu salti un po’ più in alto . . .›

Quando gli altri ragazzi ebbero finito la loro prova, e Bobby si avvicinò alla corda, nella palestra si fece un grande silenzio. Cinquanta ragazzi e un allenatore tennero il fiato sospeso mentre Bobby Polacio . . . saliva la corda in 1,9 secondi! «Il nuovo primato della scuola, il nuovo primato per la nostra città, e forse un primato vicino a quello nazionale per i ragazzi delle medie.

Mentre suonava la campanella della scuola e uscivo dalla palestra, pensavo: ‹Bobby, a quattordici anni sei un uomo migliore di me. Grazie perché tu oggi sei salito più in alto di tutti».

Tutti noi possiamo salire in alto quando rispettiamo la verità in ogni sua forma. Come ha detto il presidente Gordon B. Hinckley, «insegniamo la verità con l’esempio e con il precetto; insegniamo che rubare è un male, che imbrogliare è un male, che mentire è una colpa per chiunque».

Detenere ed esercitare il sacerdozio di Dio è un privilegio meraviglioso. Noi abbiamo il privilegio di fare parte di questo sacro lavoro che progredisce costantemente. Assistiamo allo straordinario progresso della Chiesa in paesi in cui mai sognavamo di entrare. Fratelli, sono convinto che il Signore continuerà a sostenerci se rimarremo onesti, fedeli e leali a noi stessi e a questa grande causa. Il progresso di questo lavoro è una testimonianza della sua veridicità, e tuttavia ognuno di noi può ricevere una testimonianza personale tramite il dono dello Spirito Santo. Io possiedo questa testimonianza. Questa testimonianza riempie tutta la mia anima. Chiedo al Signore di riversare le Sue benedizioni su di noi che lavoriamo in questa santa causa. Così prego, nel nome di Gesù Cristo. Amen. 9

Mostra riferimenti

  1.  

    1.  LeRoy R. and Ann W. Hafen, Handcarts to Zion, pag. 190.

  2.  

    2.  Riferito da Janette Hales Beckham.

  3.  

    3.  2 Nefi 9:41.

  4.  

    4.  Otello, III, iii, 157–161.

  5.  

    5.  DeA 121:36.

  6.  

    6.  DeA 121:37.

  7.  

    7.  Adattato da Especially for Mormons, seconda edizione, 1972, 1:185–186.

  8.  

    8.  «Four Simple Things to Help Our Families and Our Nations», Ensign, settembre 1996, pag. 7.