Una santa chiamata

Monte J. Brough

Of the Presidency of the Seventy


Monte J. Brough
Ogni membro della Chiesa deve conoscere la sacra natura del servizio che presta nel Regno.

Alcuni anni fa ebbi il privilegio di essere assegnato alla presidenza dell’Area dell’Asia, con sede a Hong Kong. I nostri quattro figli più piccoli ci accompagnarono in quella affascinante città, dove vivemmo per tre anni molto interessanti. I nostri figli erano abituati agli ampi spazi dell’Ovest dell’America, e la vita a Hong Kong richiese a ognuno di loro alcuni importanti cambiamenti nelle abitudini personali e nel modo di pensare. Molte sere sedevamo attorno al tavolo da pranzo nel nostro modesto appartamento al tredicesimo piano, cercando di aiutarli a fare i compiti di scuola e a adattarsi alle difficoltà imposte da una cultura diversa dalla nostra.Una sera, dopo aver lavorato diligentemente per alcune ore sui compiti di scuola, la nostra figlia più piccola Kami (che allora aveva otto anni) chiese: «Papà, come mai siamo stati ‹scelti› per venire a Hong Kong?» La mia prima reazione fu di dire una battuta di spirito: «Credo sia stata soltanto una questione di fortuna». Tuttavia vedevo dalla sua espressione sincera che ella voleva una risposta «da grandi» alla sua domanda. In quel momento, mentre pensavo agli impegni che la nostra piccola famiglia doveva affrontare a causa della mia chiamata nel sacerdozio, fui costretto a cambiare la risposta.Ricordai il giorno di alcuni anni prima quando presi il telefono e udii la voce familiare del presidente Spencer W. Kimball il quale, con molta cura, mi assegnava la chiamata a servire come presidente di missione.Dopo quella telefonata mi sentii turbato da un grande senso di inadeguatezza. Io e mia moglie avevamo poco più di trent’anni e sei figli piccoli. Ricordo il profondo amore e rispetto che sentivo, e sento ancora, per il mio presidente di missione. Poteva darsi che il presidente Kimball avesse commesso un errore? Sapeva veramente chi ero?Alcuni giorni dopo andammo a un appuntamento con l’anziano Rex D. Pinegar. Gli spiegammo i nostri sentimenti. Ricorderò sempre la risposta dell’anziano Pinegar: «Fratello Brough, possiede una testimonianza della divina chiamata dei nostri profeti e degli altri dirigenti della Chiesa?»«Sì», risposi. «Sin dalla mia prima fanciullezza ho sempre creduto nella sacra chiamata dei nostri dirigenti della Chiesa. Dal più profondo dell’anima so che il presidente Spencer W. Kimball è un profeta».L’anziano Pinegar allora disse: «Ora deve acquisire una testimonianza della divina natura della sua propria chiamata. Deve arrivare a convincersi che anche lei è stato chiamato da Dio».L’apostolo Paolo aveva acquisito una testimonianza personale della sua «santa chiamata» e anche di quella di Timoteo. Egli dichiarò che Dio «ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non secondo le nostre opere, ma secondo il proprio proponimento e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù avanti i secoli» (2 Timoteo 1:9).Questa possente testimonianza personale chiedeva a Timoteo di soffrire a sua volta per il Vangelo, «sorretto dalla potenza di Dio» (2 Timoteo 1:8).Quando io e Kami leggemmo insieme questo passo delle Scritture, potei vedere che ella desiderava tanto capire, e io volevo che lei sapesse che le nostre chiamate nella Chiesa possono essere accompagnate da certe afflizioni. Parlammo della nostra lontananza da casa e dagli altri familiari. Capivo che per lei era difficile adattarsi a quel nuovo ambiente.Era tuttavia ovvio che non ero ancora riuscito nel mio intento, poiché ella chiese: «Ma, papà, perché siamo stati ‹scelti› noi e non qualcun altro?» Ora mi trovavo alle prese con una domanda più difficile. Perché queste chiamate e responsabilità vengono affidate ad alcuni e non ad altri? Ricordai l’ammonimento che il presidente Kimball mi aveva rivolto quand’ero stato ordinato Settanta: «Fratello Brough, ora molte persone diranno tante cose belle di lei. Non vi presti fede!»È molto pericoloso per qualcuno di noi pensare di essersi meritato il diritto a una chiamata nella Chiesa. Tuttavia ogni membro della Chiesa deve conoscere la sacra natura del servizio che egli presta nel Regno. Ricordo la mia insegnante della Primaria, sorella Mildred Jacobson, che credo fosse stata divinamente chiamata alla sua posizione di responsabilità. Due vescovi, il vescovo Lynn McKinnon e il vescovo Ross Jackson, che servirono durante la mia giovinezza, ebbero un ruolo importante nella vita di molte persone. Credo che essi erano stati chiamati da Dio secondo lo stesso processo di rivelazione usato per Paolo e Timoteo.Ognuno di noi deve prepararsi a compiere ogni buona azione che ha la possibilità di compiere e poi accettare il principio che la rivelazione, e non le nostre aspirazioni, è la base delle nostre rispettive chiamate. Possiamo imparare molto dal seguente episodio descritto nel Nuovo Testamento:«Allora la madre de’ figliuoli di Zebedeo s’accostò a lui co’ suoi figliuoli, mostrandosi e chiedendogli qualche cosa . . .Ella gli disse: Ordina che questi miei due figliuoli seggano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno» (Matteo 20:20–21).Spiegai a Kami che i figli di Zebedeo erano gli apostoli Giacomo e Giovanni, i quali in seguito si sarebbero seduti l’uno alla destra e l’altro alla sinistra di Pietro. Poi leggemmo insieme la risposta data da Gesù a quella madre devota: «Quant’è al sedermi a destra o a sinistra non sta a me il darlo, ma è per quelli a cui è stato preparato dal Padre mio» (Matteo 20:23).Gli Apostoli furono anche istruiti riguardo alla loro importante chiamata quando Gesù rivolse loro questo ammonimento: «Non siete voi che avete scelto me, ma son io che ho scelto voi» (Giovanni 15:16).Spiegai a Kami che certamente eravamo stati scelti poiché non avremmo cercato un incarico tanto impegnativo. Questo concetto fu ribadito alcuni giorni dopo, quando a me e a mia moglie fu chiesto di recarci in India per partecipare a una conferenza missionaria. Il volo da Hong Kong a Nuova Delhi partiva la sera tardi, perciò arrivò a Nuova Delhi verso le due del mattino. Anche a un’ora così tarda c’erano centinaia di tassisti che volevano offrirci il loro mezzo di trasporto. Dopo aver fatto la nostra scelta iniziammo il viaggio di circa quaranta chilometri che ci avrebbe portato all’albergo. Anche se, come ho già detto, era tardi, le strade erano affollate di animali, persone e altri veicoli. Proprio mentre attraversavamo un incrocio, il motore del nostro taxi si fermò. Osservai con ansia e crescente nervosismo il tassista che cercava di rimetterlo in moto. Infine, in preda a una giustificata frustrazione, il tassista si voltò indietro e, nel migliore inglese che gli riuscì parlare, disse: «Spingi taxi!» Erano le tre del mattino, io e mia moglie eravamo molto stanchi. Scesi dal taxi e cercai di spingerlo oltre l’incrocio, senza peraltro riuscirvi. Il conducente allora disse a mia moglie: «Spingi taxi!». Lanette scese dal taxi e cominciò ad aiutarmi a spingerlo fuori dall’incrocio. Mentre ci sforzavamo di togliere quell’intralcio al traffico, dissi a mia moglie: «Ci sono alcune cose che non sapevamo quando ci è stato affidato questo incarico».Non dimenticherò mai l’esperienza che feci nel giugno 1993 in una riunione tenuta a Pechino, in Cina, con le coppie di coniugi missionari che a quel tempo insegnavano lingua inglese nel Vietnam e in Mongolia. Dopo due giorni di addestramento e ispirazione concludemmo con il canto di questo inno ben noto:

Su vette ardite mai forse andrò,
né sul tempestoso mar;
battaglie forse non condurrò
l’Iddio per onorar

(«Su vette ardite mai forse andrò», Inni, No. 170).Mentre cantavamo, mia moglie si chinò verso di me e mi sussurrò all’orecchio: «Ma potrebbe anche essere su ‹vette ardite› o ‹sul tempestoso mar›, o addirittura sul fronte di battaglia». Il Signore sicuramente ha necessità di brave persone che prestino il loro servizio in questa interessante parte del mondo. Quelle brave coppie di coniugi missionari non avevano scelto di andare laggiù. Tuttavia, ora che possiamo vedere i risultati del loro lavoro, so che furono scelte dal Signore per la loro particolare chiamata.In quattro diverse occasioni io, mia moglie e i nostri figli abbiamo aperto con emozione la busta che conteneva la chiamata in missione e la destinazione di uno dei nostri figli. Ogni volta abbiamo immaginato con emozione le varie zone alle quali potevano essere assegnati. Anche se in quelle occasioni esprimevamo certe preferenze, il momento in cui i loro occhi vedevano le parole «Con la presente sei assegnato a servire nella missione di . . .», senza eccezione, un meraviglioso momento di pace e di bene entrava nel cuore di ogni componente della famiglia. Ognuno di noi sapeva in quel momento che un profeta aveva guidato un processo di scelta divina, al quale quattro dei nostri figli hanno risposto con entusiasmo. Decine di migliaia di missionari tornati a casa possono anch’essi portare testimonianza di questa procedura divinamente ispirata per quanto attiene alla loro chiamata in missione.Quella sera, senza dubbio, non risposi esaurientemente alla domanda della piccola Kami. Ma nel corso degli anni ho ricordato quella sera in cui la mia bambina si sentiva un po’ sopraffatta per i casi della vita. Da quel giorno abbiamo indagato e commentato altri passi delle Scritture e molte altre storie. Abbiamo ricevuto in risposta la meravigliosa promessa fatta a coloro che sono stati scelti dal Salvatore, che «tutto quel che chiederete al Padre nel mio nome, Egli ve lo dia» (Giovanni 15:16).Questa promessa – la risposta alle nostre preghiere – è rivolta anche al bambino più piccolo. Questa promessa fu ribadita recentemente, quando udii Kami (che ora ha quindici anni) rispondere a una domanda fattale da un’amica adulta: «Come mai sei stata tanto fortunata da vivere a Hong Kong quand’eri bambina?» Ella mi lanciò uno sguardo di complicità e rispose così alla nostra amica: «Non è stata la fortuna. Siamo stati ‹scelti›».Questa rivelazione personale e profetica è la base sulla quale è fermamente stabilito il nostro servizio nella Chiesa. Questa è la mia testimonianza, nel nome di Gesù Cristo. Amen. 9