Siamo donne di Dio

Sheri L. Dew


Venire a Cristo significa allontanarsi dal mondo. Significa mettere Cristo, e solo Cristo, al centro della nostra vita

Recentemente per motivi di lavoro ho dovuto recarmi all’estero. Ma provavo un tal senso di disagio riguardo a quel viaggio che, prima di partire, chiesi una benedizione del sacerdozio. Fui messa in guardia sul fatto che l’Avversario avrebbe cercato di impedire l’adempimento della mia missione e che avrei incontrato sul mio cammino pericoli materiali e spirituali. Mi fu anche consigliato di non fare del viaggio una semplice gita, né un’occasione per fare acquisti. Se mi fossi concentrata sullo svolgimento dei miei compiti e avessi cercato la guida dello Spirito, sarei tornata a casa sana e salva.

Questi ammonimenti mi dettero molto da pensare. Ma durante il viaggio, poiché chiedevo la guida del cielo a ogni passo, mi resi conto che l’esperienza che facevo non era eccezionale. Forse il Padre, quando lasciammo la Sua presenza, disse: «L’Avversario cercherà di impedire lo svolgimento della tua missione. Ti troverai ad affrontare pericoli spirituali e materiali. Ma se ti concentrerai sullo svolgimento dei tuoi compiti, darai ascolto alla mia voce e ti rifiuterai di ridurre la vita terrena a una gita o a un’occasione per fare acquisti, ritornerai a casa sana e salva».

L’Avversario è contento quando ci comportiamo come vacanzieri, ossia come coloro che sono soltanto uditori anziché facitori della parola (Giacomo 1:22) e si preoccupano soltanto di fare acquisti, oppure come coloro che cercano le cose vane di questo mondo, che soffocano il nostro spirito. Satana ci lusinga con piaceri e interessi passeggeri—come la nostra posizione in società, il nostro conto in banca, il nostro guardaroba, o anche la linea dei fianchi—poiché egli sa che là dove si trova il nostro tesoro, là è pure il nostro cuore (Matteo 6:21). Purtroppo è facile consentire alla luce splendente delle lusinghe dell’Avversario di distoglierci dalla luce di Cristo. «E che gioverà egli a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua?» (Matteo 16:26).

I profeti ci hanno esortato a voltare le spalle al mondo e a rivolgere il cuore a Gesù Cristo, il Quale ha promesso: «In questo mondo la vostra gioia non è completa, ma in me la vostra gioia è completa» (DeA 101:36; corsivo dell’autore). Il presidente Spencer W. Kimball disse: «Se insistiamo a dedicare tutto il nostro tempo e risorse a creare un regno terreno, un regno terreno è esattamente quello che erediteremo» (Ensign, giugno 1976, 3). Quante volte ci dedichiamo a inseguire la cosiddetta bella vita, al punto da perdere di vista la vita eterna? Questo è il fatale equivalente spirituale del vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie.

Il Signore rivelò il rimedio contro tale disastro spirituale quando esortò Emma Smith a «lasciare da parte le cose di questo mondo e [a] cercare le cose di uno migliore» (DeA 25:19). E Cristo indicò lo schema che dobbiamo seguire dichiarando prima del Getsemani: «Io ho vinto il mondo» (Giovanni 16:33; corsivo dell’autore). L’unico modo in cui noi possiamo vincere il mondo è venendo a Cristo. E venire a Cristo significa allontanarsi dal mondo. Significa mettere Cristo, e solo Cristo, al centro della nostra vita, sì che le vanità e le ideologie degli uomini perdano la loro attrazione. Satana è sicuramente il dio di Babilonia, ossia del mondo. Cristo è il Dio d’Israele, e la Sua espiazione ci dà il potere di vincere il mondo. «Se vi aspettate la gloria, l’intelligenza e le vite senza fine», disse il presidente Joseph F. Smith, «lasciate perdere le cose del mondo» (Insegnamenti dei presidenti della Chiesa: Joseph F. Smith, 243; corsivo dell’autore).

Come sorelle in Sion possiamo impedire all’Avversario di portare a buon fine la sua cospirazione contro la famiglia e la virtù. Non dobbiamo stupirci se egli ci tenta perché ci accontentiamo dei piaceri terreni, invece di cercare la gloria eterna. Una madre quarantacinquenne di sei figli disse che, quando smise di dedicarsi alle riviste che la affliggevano con le immagini di come avrebbero dovuto essere la sua casa e il suo guardaroba, si sentì più in pace con se stessa. Ella disse: «Forse sono grassa, ho i capelli grigi e tante rughe sul volto; ma anche se sono grassa, ho i capelli grigi e le rughe sul volto, sono una figlia di Dio, il Quale mi conosce e mi ama».

La Società di Soccorso può aiutarci a voltare le spalle al mondo, poiché il suo preciso scopo è quello di aiutare le sorelle e i loro familiari a venire a Cristo. Con questo spirito mi unisco a sorella Smoot e a sorella Jensen nel proclamare chi siamo e nel gioire per l’annuncio del cambiamento della nostra riunione di economia domestica. Non possiamo più permetterci di dedicare le nostre energie a qualcosa che non guida noi e i nostri familiari a Cristo. Questa è la prova del nove della Società di Soccorso, oltre che della nostra vita. Nei giorni a venire un impegno superficiale verso Cristo non riuscirà a farci superare le difficoltà.

Quando ero bambina vedevo un grande impegno in mia nonna, la quale aiutava il nonno a mandare avanti la nostra fattoria nelle praterie del Kansas. In qualche modo riuscirono a superare la grande siccità che affliggeva quella regione, la grande crisi economica e i tornado che spargevano il terrore nelle grandi praterie. Spesso mi sono chiesta come la nonna riusciva a sopportare anni di scarsi guadagni e duro lavoro, e come poté continuare a vivere quando il figlio maggiore morì in un tragico incidente. La vita della nonna non era facile. Ma sapete quello che ricordo di lei più di ogni altra cosa? La sua completa gioia nel Vangelo. Ella non era mai tanto felice, come quando lavorava alla genealogia della sua famiglia o insegnava tenendo in mano le Scritture. Ella aveva davvero messo da parte le cose di questo mondo per cercare quelle di un mondo migliore.

Per il mondo mia nonna era una donna come tante. Ma per me ella rappresenta le oscure eroine di questo secolo che vissero all’altezza delle benedizioni loro promesse nella vita preterrena e lasciarono un fondamento di fede sul quale possiamo costruire. La nonna non era perfetta, ma era una donna di Dio. Ora tocca a me e a voi portare innanzi lo stendardo nel prossimo secolo. Noi non siamo donne del mondo: siamo donne di Dio. Le donne di Dio saranno annoverate tra le più grandi eroine del ventunesimo secolo, come proclamò il presidente Joseph F. Smith: «Non si addice a voi essere guidate dalle donne del mondo; si addice invece a voi guidare . . . le donne del mondo, in tutto ciò che è degno di lode» (Insegnamenti, 184).

Questo non significa sminuire il valore di tante brave donne nel mondo. Ma noi siamo uniche. Siamo uniche per le nostre alleanze, i nostri privilegi spirituali e le responsabilità che ne conseguono. Siamo state investite di potere e abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo. Abbiamo un profeta vivente, delle ordinanze che ci legano al Signore e fra noi, e il potere del sacerdozio è in mezzo a noi. Noi sappiamo qual è il nostro ruolo nel grande piano di felicità. E sappiamo che Dio è nostro Padre e che Suo Figlio è il nostro fido Avvocato.

Questi privilegi comportano una grande responsabilità, poiché «a colui a cui molto è dato, molto è richiesto» (DeA 82:3), e a volte gli impegni che il discepolo deve assolvere sono davvero grandi. Ma non dobbiamo aspettarci che il viaggio verso la gloria eterna sia impegnativo? Qualche volta giustifichiamo il nostro interesse per le cose del mondo e anche il nostro atteggiamento trascurato riguardo alla nostra crescita spirituale cercando di consolarci reciprocamente col dire che mettere in pratica il Vangelo non dovrebbe richiedere tanta fatica. Ma le norme di comportamento stabilite dal Signore saranno sempre più elevate e più impegnative di quelle del mondo, poiché le ricompense che il Signore dà sono infinitamente più gloriose, e comprendono la vera gioia, la pace e la salvezza.

Dunque come possiamo noi, donne di Dio, raggiungere pienamente il nostro potenziale? Il Signore ricompensa «quelli che lo cercano» (Ebrei 11:6). Noi Lo cerchiamo non soltanto mediante lo studio e la diligenza, implorandoLo e levando a Lui le nostre preghiere, ma rinunciando a quelle attività mondane che stanno proprio al confine tra Dio e mammona. Altrimenti rischiamo di essere chiamate ma non scelte, poiché il nostro cuore è troppo aperto verso le cose di questo mondo (DeA 121:35).

Meditate sul principio fondamentale esposto di seguito in questa ingiunzione Scritturale: «Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutte le tue facoltà, mente e forza» (DeA 59:5; corsivo dell’autore). Quello che il Signore richiede prima e soprattutto è il nostro cuore, ossia il nostro amore e i nostri desideri. Immaginate quali sarebbero le nostre scelte se amassimo il Signore più di ogni altra cosa; come useremmo tempo e denaro, come ci vestiremmo in un caldo giorno d’estate, come risponderemmo alla chiamata a svolgere l’insegnamento in visita o quali reazioni avremmo nei confronti di spettacoli e pubblicazioni che offendono lo Spirito.

Solo abbandonando il mondo e venendo a Cristo viviamo sempre più come donne di Dio. Siamo nate per godere della gloria eterna. Proprio come gli uomini fedeli furono preordinati a detenere il sacerdozio, noi fummo preordinate ad essere donne di Dio. Siamo veramente donne ricche di fede, di virtù, di ideali e di carità, che gioiscono della maternità e della femminilità e che difendono la famiglia ad ogni costo. Non ci lasciamo prendere dal panico perché non riusciamo a raggiungere la perfezione, ma ci sforziamo di diventare pure. E sappiamo che con la forza del Signore possiamo fare ogni cosa giusta, poiché ci siamo immerse nel Suo vangelo (Alma 26:12). Ripeto: non siamo donne del mondo, siamo donne di Dio negli ultimi giorni. Come disse il presidente Kimball: «In questo mondo non avrete riconoscimento più grande di quello di essere note come donne di Dio» («Il ruolo delle donne rette», La Stella, maggio 1980, 165–166).

L’estate scorsa ho fatto un’esperienza indimenticabile in Terra Santa. Mi trovavo seduta sul Monte delle Beatitudini che sovrasta il Mar di Galilea. Vedevo in lontananza una città costruita sopra un colle. L’immagine di una città che non può essere nascosta mi riempì la mente, e meditai sul fatto che noi, essendo donne di Dio, siamo come quella città. Se ci lasciamo alle spalle le cose del mondo e veniamo a Cristo, in modo che lo Spirito emani dal nostro comportamento e dal nostro aspetto, la nostra unicità sarà una luce per il mondo. Come sorelle della Società di Soccorso apparteniamo alla più importante comunità di donne da questa parte del velo. Siamo una spettacolare città costruita sopra un colle. E meno abbiamo l’aspetto e il comportamento delle donne del mondo, e più esse guarderanno a noi come sorgente di speranza, pace, virtù e gioia.

Vent’anni fa in questa riunione il presidente Kimball fece una dichiarazione che da allora ho spesso citato: «Gran parte dello sviluppo che la Chiesa conseguirà negli ultimi giorni sarà resa possibile . . . nella misura in cui le donne della Chiesa dimostreranno rettitudine e capacità nella loro vita, nella misura in cui le donne della Chiesa verranno viste come esseri distinti e diversi—in senso positivo—dalle altre donne del mondo» (La Stella, maggio 1980, 168; corsivo dell’autore). Non possiamo più accontentarci di limitarci a citare il presidente Kimball. Siamo le sorelle che devono fare, e faranno sì, che la sua profezia diventi realtà. Possiamo farlo; so che possiamo farlo.

Il presidente Gordon B. Hinckley recentemente ha detto che «la salvezza eterna del mondo è affidata a questa chiesa . . . nessun altro popolo nella storia del mondo ha mai ricevuto un mandato più impegnativo. Dobbiamo quindi darci da fare» («‹Church Is Really Doing Well›», Church News, 3 luglio 1999, 3).

Noi siamo donne di Dio. Questa sera esorto ognuna di noi a individuare almeno una cosa che può fare per uscire dal mondo e avvicinarsi di più a Cristo; e poi il mese prossimo sceglierne un’altra, e un’altra ancora. Sorelle, questa è una chiamata alle armi, è una chiamata all’azione, è una chiamata a metterci all’opera. Una chiamata ad armarci di potere e di rettitudine. Una chiamata ad affidarci al braccio del Signore invece che al braccio della carne. Una chiamata ad alzarci e splendere, «affinché la [nostra] luce sia uno stendardo per le nazioni» (DeA 115:5). Una chiamata a vivere come donne di Dio, in modo che noi e i nostri familiari possiamo tornare sani e salvi a casa.

Abbiamo motivo di gioire poiché il vangelo di Gesù Cristo è la voce della gioia! È proprio perché il Salvatore vinse il mondo che anche noi possiamo vincerlo. È perché Egli si levò il terzo giorno che noi possiamo levarci come donne di Dio. Mettiamo da parte le cose di questo mondo e cerchiamo quelle di un mondo migliore. Impegnamoci sin da questo momento a uscire dal mondo senza mai guardare indietro. Nel nome di Gesù Cristo. Amen 9