Guerra e pace

Gordon B. Hinckley

President of the Church


Gordon B. Hinckley
Spero che il popolo del Signore possa essere in pace nei momenti di difficoltà, a prescindere dalla sua fedeltà ai diversi governi o partiti.

Miei fratelli e sorelle, domenica scorsa, mentre sedevo nel mio studio pensando a ciò che avrei potuto dire in questa occasione, ho ricevuto una telefonata che mi informava dell’uccisione in Iraq del sergente dei marine James W. Cawley. Aveva 41 anni e ha lasciato moglie e due bambini piccoli.

Vent’anni fa l’anziano Cawley era un missionario della Chiesa in Giappone. Come molti altri era cresciuto nella Chiesa, aveva giocato nel cortile della scuola, distribuito il sacramento come diacono ed era stato ritenuto degno di svolgere una missione e insegnare il Vangelo di pace al popolo del Giappone. Era tornato a casa, si era arruolato nei marine, si era sposato, aveva fatto il poliziotto e poi era stato richiamato nelle forze armate e aveva risposto con entusiasmo.

La sua vita, la sua missione, il suo servizio militare, la sua morte sembrano rappresentare le contraddizioni della pace del Vangelo e della violenza della guerra.

Così ho deciso di dire qualcosa sulla guerra e sul Vangelo che insegnamo. Ne ho parlato un po’ alla conferenza di ottobre del 2001. Allora, quando venni a questo pulpito, la guerra contro il terrorismo era appena iniziata. La guerra attuale è in realtà la conseguenza e la continuazione di quel conflitto. Si spera che stia volgendo al termine.

Mentre ne parlo, cerco la guida dello Spirito Santo. Ho pregato e meditato molto a questo riguardo. Riconosco che si tratta di un argomento molto delicato per una congregazione internazionale, che include coloro che non sono della nostra fede.

Le nazioni della terra sono divise sulla situazione attuale. I sentimenti sono molto forti. Vi sono dimostrazioni a favore e contro. Ora noi siamo una Chiesa mondiale i cui membri vivono nella maggior parte delle nazioni che hanno discusso l’argomento. La nostra gente ha dei sentimenti e delle preoccupazioni.

Certo la guerra non è nuova. Le armi cambiano. L’abilità di uccidere e distruggere viene costantemente affinata, ma nel corso delle epoche ci sono stati conflitti essenzialmente sugli stessi argomenti.

Il libro dell’Apocalisse parla brevemente di quello che deve essere stato un terribile conflitto per il controllo della mente e della lealtà dei figli di Dio. Vale la pena di rileggere il racconto:

«E vi fu una battaglia in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono col dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono,

ma non vinsero, e il luogo loro non fu più trovato nel cielo.

E il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furon gettati gli angeli suoi» (Apocalisse 12:7–9).

Isaia parla ulteriormente di questo grande conflitto (vedere Isaia 14:12–20). La rivelazione moderna getta ulteriore luce (vedere DeA 76:25–29), come pure il Libro di Mosè (vedere 4:1–4), che spiega il piano di Satana per distruggere il libero arbitrio dell’uomo.

A volte abbiamo la tendenza a onorare i grandi imperi del passato, come l’impero ottomano, quello romano e bizantino, e in tempi più recenti, l’impero britannico. Ma c’è un lato oscuro in ciascuno di loro. C’è un aspetto spietato e tragico di conquiste brutali, sottomissioni, repressioni e costi elevatissimi in vite umane e denaro.

Un grande saggista inglese, Thomas Carlyle, una volta disse ironicamente: «Dio deve per forza ridere nel vedere ciò che le sue mirabili creature stanno facendo quaggiù» (citato in Sartor Resartus, 1836, 182). Io credo che il nostro Padre celeste abbia pianto nel guardare i Suoi figli che nel corso dei secoli hanno dissipato il loro diritto di nascita distruggendosi crudelmente a vicenda.

Nel corso della storia sono sorti di volta in volta dei tiranni che hanno oppresso il loro stesso popolo e minacciato il mondo. Questa viene ritenuta essere la situazione attuale e, di conseguenza, forze di coalizione potenti e terrificanti sono impegnate nella battaglia con armamenti sofisticati e paurosi.

Molti membri della Chiesa sono coinvolti in questo conflitto. Abbiamo visto in televisione e sui giornali molti figli in lacrime avvinghiati al loro padre in uniforme in partenza per il fronte.

In una lettera toccante che ho ricevuto la scorsa settimana, una madre parla del figlio marine che per la seconda volta è in guerra in Medio Oriente. Ella dice che al tempo del suo primo incarico «tornò a casa in permesso e mi chiese di fare una passeggiata… Teneva il braccio attorno alle mie spalle e mi parlava dell’andare in guerra. Egli… disse: ‹Mamma, devo andare in modo che tu e il resto della famiglia possiate essere liberi, liberi di rendere il culto come volete… E se mi costerà la vita… allora ne sarà valsa la pena›». Ora egli è di nuovo là e recentemente ha scritto alla famiglia dicendo: «Sono fiero di essere qui a servire la mia nazione e il nostro modo di vivere… Mi sento molto più sicuro sapendo che il Padre celeste è con me».

Vi sono altre madri, civili innocenti, che si stringono ai loro figli con terrore e guardano verso il cielo, levando invocazioni disperate mentre la terra trema sotto il rumore delle bombe nel cielo oscuro.

Vi sono state delle vittime in questo terribile conflitto e ve ne saranno probabilmente altre. Anche le proteste pubbliche continueranno. I dirigenti di altre nazioni hanno condannato apertamente la strategia della coalizione.

Nasce quindi la domanda «Da che parte sta la Chiesa in tutto questo?»

Primo, sia chiaro che noi non abbiamo nulla contro i musulmani o le persone di altre fedi. Noi riconosciamo e insegnamo che tutti i popoli della terra sono la famiglia di Dio. Egli è nostro Padre, e quindi noi siamo fratelli e sorelle con obblighi familiari gli uni verso gli altri.

Ma come cittadini, tutti dipendiamo dalla guida dei nostri rispettivi governanti. Loro hanno accesso a maggiori informazioni politiche e militari di quelle che generalmente ha la popolazione. Coloro che sono nelle forze armate hanno l’obbligo di eseguire i comandi dei loro rispettivi governi. Quando sono entrati in servizio hanno firmato un contratto a cui sono attualmente vincolati e che hanno doverosamente seguito.

Uno dei nostri Articoli di fede, che rappresentano l’espressione della nostra dottrina, dichiara: «Noi crediamo di dover essere soggetti ai re, ai presidenti, ai governanti ed ai magistrati, di dover obbedire, onorare e sostenere le leggi» (Articoli di Fede 1:12).

Ma la rivelazione moderna dichiara che dobbiamo rinunciare alla guerra e proclamare la pace (vedere DeA 98:16).

In una democrazia possiamo rinunciare alla guerra e proclamare la pace. C’è la possibilità di dissentire. Molti manifestano con forza il loro dissenso: è loro privilegio farlo. È un loro diritto, finché rimangono nella legalità. In ogni caso, tutti dobbiamo renderci conto di un’altra grande responsabilità che, lasciatemi aggiungere, determina i miei sentimenti e detta la mia fedeltà nella situazione contingente.

Quando la guerra infuriò tra i Nefiti e i Lamaniti, gli annali dicono che «i Nefiti erano ispirati da una migliore causa, poiché non combattevano per… il potere, ma combattevano per le loro case e le loro libertà, le loro mogli e i loro figli, per tutto quanto possedevano, sì, per i loro riti di culto e la loro chiesa.

E facevano ciò che sentivano essere il dovere che avevano verso il loro Dio» (Alma 43:45–46).

Il Signore consigliò ai Nefiti: «Difenderete le vostre famiglie fino allo spargimento di sangue» (Alma 43:47).

E Moroni «si stracciò il mantello; e ne prese un lembo e vi scrisse sopra—In ricordo del nostro Dio, della nostra religione, della libertà, della nostra pace, delle nostre mogli e dei nostri figli—e lo fissò in cima a una pertica.

E si strinse l’elmo, il pettorale e i suoi scudi, e si cinse l’armatura attorno ai fianchi; e prese la pertica che aveva sulla cima il suo mantello stracciato (e lo chiamò il motto della libertà), si inchinò sino a terra e pregò ardentemente il suo Dio affinché le benedizioni della libertà restassero sui suoi fratelli» (Alma 46:12–13).

Da questi e altri scritti, è chiaro che vi sono momenti e circostanze in cui le nazioni sono giustificate, anzi hanno l’obbligo di lottare per le loro famiglie, per la libertà e contro la tirannia, la minaccia e l’oppressione.

In fin dei conti, noi di questa Chiesa siamo un popolo pacifico. Siamo seguaci del nostro Redentore, il Signore Gesù Cristo, che era il Principe della pace. Eppure Egli disse: «Non pensate ch’io sia venuto a metter pace sulla terra; non son venuto a metter pace, ma spada» (Matteo 10:34).

Questo ci pone tra coloro che desiderano la pace, insegnano la pace, lavorano per la pace, ma che sono anche cittadini delle nazioni e soggetti alle leggi dei loro governi. Inoltre, siamo un popolo che ama la libertà, impegnato nella difesa della libertà ovunque essa sia in pericolo. Io credo che Dio non riterrà responsabili gli uomini e le donne in divisa quali rappresentanti del loro governo nel portare avanti ciò che sono obbligati a fare per legge. Può anche essere che Egli ci riterrà responsabili se cerchiamo di impedire o intralciare la strada di coloro che sono coinvolti nella contesa con le forze del male e della repressione.

C’è molto che noi possiamo e dobbiamo fare in questi tempi difficili. Possiamo dire la nostra opinione sull’argomento così come lo comprendiamo, ma non prendiamo parte con le parole o le azioni a posizioni ingiuste riguardo i nostri fratelli e sorelle nelle diverse nazioni schierate da una parte o dall’altra. Le differenze politiche non giustificano mai l’odio o il malanimo. Spero che il popolo del Signore possa essere in pace nei momenti di difficoltà, a prescindere dalla sua fedeltà ai diversi governi o partiti.

Preghiamo per coloro che sono chiamati a portare le armi dei loro rispettivi governi e invochiamo la protezione del cielo su di loro affinché possano ritornare dai loro cari in sicurezza.

Ai nostri fratelli e sorelle che hanno messo in pericolo la loro vita diciamo: preghiamo per voi. Preghiamo che il Signore vegli su di voi e vi preservi dagli infortuni permettendovi di tornare a casa e riprendere la vostra vita. Sappiamo che non siete in quella terra di venti desertici e temperature elevate perché vi piace la guerra. La forza del vostro impegno è misurata dalla vostra disponibilità a dare la vostra vita per ciò in cui credete.

Sappiamo che alcuni sono morti e altri seguiranno la stessa sorte durante questa cruda guerra. Possiamo fare tutto quello che è in nostro potere per confortare e benedire coloro che perdono i loro cari. Chi fa cordoglio possa essere consolato con quel conforto che viene solo da Cristo, il Redentore. Fu Lui che disse ai Suoi amati discepoli:

«Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!

Nella casa del Padre mio ci son molte dimore; se no, ve l’avrei detto; io vo a prepararvi un luogo… affinché dove son io, siate anche voi.

Io vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti» (Giovanni 14:1–3, 27).

Ci rivolgiamo al Signore, la cui forza è possente e i poteri infiniti, perché metta fine al conflitto, una fine che porti a una vita migliore per tutti coloro che sono coinvolti. Il Signore ha dichiarato: «Poiché io, il Signore, governo in alto nei cieli e fra gli eserciti della terra» (DeA 60:4).

Possiamo sperare e pregare per quel giorno glorioso predetto dal profeta Isaia in cui gli uomini «delle loro spade fabbricheranno vomeri d’aratro, e delle loro lance, roncole; una nazione non leverà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra» (Isaia 2:4).

Anche se viviamo in un mondo malvagio, possiamo vivere in modo tale da meritarci la protezione del nostro Padre celeste. Possiamo essere come i giusti che vivevano in mezzo ai malvagi di Sodoma e Gomorra. Abrahamo supplicò che queste città potessero essere risparmiate per il bene dei giusti (vedere Genesi 18:20–32).

E soprattutto possiamo coltivare nel nostro cuore, e proclamare al mondo, la salvezza del Signore Gesù Cristo. Tramite il Suo sacrificio espiatorio siamo certi che la vita continuerà oltre il velo della morte. Possiamo insegnare quel Vangelo che porta all’esaltazione dell’obbediente.

Anche mentre la guerra infuria e fa delle vittime, e nel cuore di alcuni albergano oscurità e odio, la calma figura del Figlio di Dio, il Redentore del mondo, si erge ferma, rassicurante, confortante e piena di amore. Possiamo proclamare con Paolo:

«Poiché io son persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future,

né potestà, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8:38–39).

Questa vita non è altro che un capitolo nel piano eterno del nostro Padre. È piena di conflitti e apparenti assurdità. Alcuni muoiono giovani. Altri vivono fino a tarda età. Non possiamo spiegarlo; ma lo accettiamo con la sicura conoscenza che, mediante il sacrificio espiatorio del nostro Signore, tutti continueremo a vivere e con la confortante rassicurazione del Suo amore incommensurabile.

Egli ha detto: «Impara da me, e ascolta le mie parole; cammina nella mitezza del mio Spirito, e avrai pace in me» (DeA 19:23).

Ecco dove riponiamo la nostra fede, fratelli e sorelle. A prescindere dalle circostanze, abbiamo il conforto e la pace di Cristo, nostro Salvatore e Redentore, il Figlio vivente del Dio vivente. Di questo porto testimonianza nel santo nome di Gesù Cristo. Amen.