Salvato due volte


W. Rolfe Kerr

Quando ero molto piccolo, mio padre mi salvò la vita. Benché non ricordi l’incidente, è una storia che è stata raccontata molte volte in famiglia.

A quel tempo avevo due anni e mio fratello quattro. Eravamo con nostro padre, che stava pasturando le mucche della fattoria di famiglia. Egli non si accorse che noi bambini ci eravamo allontanati sino a quando mio fratello ritornò da lui di corsa, impaurito e oramai senza fiato. Mio fratello parlava a mala pena. Stentò persino a dire: «Rolfe è in… Rolfe è in…» Per fortuna mio padre capì che stava cercando di dirgli che io ero caduto in un canale d’irrigazione.

Mio padre si precipitò verso il fosso dove ero caduto nell’acqua corrente scivolando dall’argine. Corse lungo il canale e quando vide il mio maglione rosso che roteava nell’acqua nefasta, saltò in acqua e mi tirò fuori. Dopo avermi prestato le prime cure del caso, si avvide che respiravo nuovamente.

Sarò per sempre in debito con mio fratello per aver avuto la prontezza di mente di avvertire mio padre; sarò per sempre grato a mio padre per il suo pronto intervento che mi salvò la vita.

Salvato dal pericolo spirituale

In seguito, mio padre mi ha salvato nuovamente. Questa volta non correvo un pericolo fisico, ma la mia vita spirituale fu messa a repentaglio.

Alle superiori praticavo degli sport, per lo più football e baseball. Nell’ultimo anno fui scelto per giocare a fine stagione in una partita tra le stelle del campionato. Dopo quell’avvenimento, quando ormai l’anno scolastico volgeva al termine, fui invitato a giocare in una squadra locale di baseball. Non era una squadra professionista e neppure semi professionista, ma fui lusingato dalla proposta. L’unico problema consisteva nel fatto che le partite erano giocate per lo più la domenica pomeriggio.

Devo dire che razionalizzai in maniera egregia: ritenevo che potevo giocare perché le riunioni della Chiesa erano la mattina; avevo modo di andare in chiesa, tenere la lezione della Scuola Domenicale e poi recarmi alla partita ogni domenica pomeriggio.

Con ciò in mente, parlai a mio padre. Gli raccontai della proposta della squadra di baseball e di ciò che intendevo fare. Sebbene a quel tempo fosse presidente di palo, saggiamente si controllò e non mi disse di porre da parte il baseball, come avrebbe potuto fare. Egli, invece, si limitò a dire: «Beh, quando prendi la decisione finale, tieni solo presente l’impatto che avrà sulla tua classe della Scuola Domenicale».

Non ci fu bisogno di aggiungere altro. A quel punto la risposta fu assolutamente chiara nella mia mente. Rifiutai l’invito a giocare in quella squadra e da allora non ho mai più giocato una partita di baseball. Mi sono divertito piuttosto a giocare in squadre di softball della Chiesa, senza dover mai giocare la domenica.

Ho apprezzato il modo in cui mio padre mi ha aiutato a prendere quella decisione difficile. Lo fece in maniera tale che mi permise di comprendere l’importanza della scelta e di capire che le decisioni che prendo possono influire grandemente sulle altre persone, oltre che su di me. Quella decisione gettò le basi per la scelta che dovetti fare in seguito riguardo al partire in missione.

L’addio al football

Avevo sempre programmato di svolgere una missione quando avrei compiuto vent’anni, che allora era l’età dei missionari. Dopo aver giocato due stagioni di football alla Utah State University, dovetti prendere una decisione difficile. Sapevo che a quel tempo pochissimi missionari ritornati giocavano a football dopo la missione. Mi ero impegnato moltissimo per il football e lo amavo. Decisi di posporre la missione di qualche mese, per giocare così un’altra stagione, e partire poi in missione. Arrivati alla fine della stagione, mi ero conquistato il posto da titolare come starting quarterback per l’anno seguente.

L’allenatore era sorpreso e deluso che dopo tutto il mio impegno avrei lasciato la squadra. M’incoraggiò a restare e a giocare un’ultima stagione. Non riusciva a capacitarsi del motivo perché avrei rinunciato a quell’occasione. Ascoltai i commenti e la sua logica, ma gli dissi che non potevo attendere un altro anno prima di partire in missione. Se lo avessi fatto, temevo che avrei perso la possibilità di svolgere una missione. Dopo tutto il grande impegno nel football, mi congedai dalla squadra e partii alla volta della Gran Bretagna per servire il Signore.

Non ho mai rimpianto quella decisione. In missione ho imparato moltissime cose. Assistere alle persone che abbracciavano il Vangelo è stata un’esperienza straordinaria, che ha modellato il resto della mia vita in molti modi rilevanti. La missione ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi e ha avuto un maggiore impatto su di me rispetto a quello che avrebbe mai potuto avere il football.

Quando ritornai dalla missione ebbi la possibilità di giocare di nuovo a football. Benché ciò fosse un fatto inaspettato, giocai la mia ultima stagione e conseguii più risultati di quanti credo che avrei potuto ottenerne prima della missione. Mi si presentarono occasioni incredibili che probabilmente non avrei avuto se avessi optato per ritardare ulteriormente la missione, o se persino l’avessi accantonata a favore del football.

La decisione che presi dopo le superiori di osservare il giorno del Signore, invece di giocare a baseball, costituì la premessa per lasciare il football al fine di svolgere la missione. È stato difficile dire addio al baseball e al football, ma sono grato per le scelte che feci. Tali decisioni mi hanno fatto stabilire da giovane le giuste priorità, mi hanno portato al matrimonio nel tempio e mi hanno fatto conoscere la felicità in questa vita.

Sono grato a mio padre per avermi salvato due volte la vita. Primo, dalle acque limacciose di un canale d’irrigazione, secondo, dall’attrazione delle attività del mondo.