Dal Giardino alla tomba vuota


Dal Giardino alla tomba vuota

Getsemani

Anziano James E. Talmage (1862–1933)

«Il Getsemani.—Questo nome significa ‹frantoio› e probabilmente si riferisce ad una macina che si trovava in quel luogo per l’estrazione dell’olio dalle olive colà coltivate. Giovanni parla di esso come di un giardino, per cui ne ricaviamo l’immagine di uno spazio recintato appartenente a privati. Che… fosse un luogo frequentato da Gesù quando desiderava isolarsi per pregare, o quando cercava l’occasione per conversare privatamente con i discepoli, è indicato dallo stesso evangelista (Giovanni 18:1, 2)» (Gesù il Cristo, 460).

Presidente Joseph Fielding Smith (1876–1972)

«Noi parliamo della passione di Gesù Cristo. Un gran numero di persone è dell’avviso che quando Egli era sulla croce e i chiodi Gli venivano infissi nelle mani e nei piedi, quella era la Sua grande sofferenza… fu nell’Orto di Getsemani che il sangue stillò dai pori del Suo corpo: ‹E queste sofferenze fecero sì che io stesso, Iddio, il più grande di tutti, tremassi per il dolore e sanguinassi da ogni poro, e soffrissi sia nel corpo che nello spirito—e desiderassi di non bere la coppa amara e mi ritraessi› [DeA 19:18].

Questo non avvenne quando era sulla croce; ciò avvenne nel Getsemani, cioè dove Egli sanguinò da ogni poro del Suo corpo.

Io non posso capire quel dolore. Io ho avuto dei dolori, voi avete avuto dei dolori, e qualche volta essi sono stati molto forti, ma non riesco a capire un dolore che sia angoscia mentale più che fisica, che possa provocare una sudorazione di sangue. Fu qualcosa di terribile, qualcosa di spaventevole; perciò possiamo capire perché Egli gridasse al Padre Suo:

‹se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi› [Matteo 26:39]» (Dottine di Salvezza, comp. Bruce R. McConkie, 3 voll., 1:122).

Presidente Ezra Taft Benson (1899–1994)

«La notte in cui Gesù fu tradito, Egli prese tre dei Dodici e andò in un luogo chiamato Getsemani. Lì Egli soffrì i dolori di tutti gli uomini. Soffrì come solo un Dio poteva soffrire, portando i nostri dolori e le nostre pene, ferito dalle nostre trasgressioni, sottomettendosi volontariamente alle iniquità di tutti noi, proprio come aveva profetizzato Isaia (vedere Isaia 53:4–6).

Fu nel Getsemani che Gesù prese su di Sé i peccati del mondo, nel Getsemani il Suo dolore fu la somma dei fardelli di tutti gli uomini, nel Getsemani Egli scese al di sotto di tutte le cose in modo che tutti potessero pentirsi e tornare a Lui. La mente mortale non riesce ad immaginare, la lingua non può esprimere, la penna degli uomini non può descrivere la portata e la profondità della sofferenza del nostro Signore, né il Suo amore infinito per noi» (The Teachings of Ezra Taft Benson [1988], 14).

Anziano James E. Talmage

«L’agonia di Cristo nell’orto è insondabile dalla limitata mente umana, sia per la sua intensità che per la sua causa… Non era un dolore fisico, né solo sofferenza spirituale che Gli faceva patire una tortura tale da produrGli una fuoriuscita di sangue da ogni poro, ma agonia dell’anima quale soltanto Dio era capace di provare. Nessun altro uomo, per quanto grandi fossero i suoi poteri di sopportazione fisica e spirituale, avrebbe potuto soffrire così, il suo organismo umano avrebbe ceduto, e la sincope avrebbe prodotto l’incoscienza e il sospirato oblio. In quell’ora di dolore Cristo affrontò e vinse tutti gli orrori che Satana ‹il principe di questo mondo› potè infliggere…

In qualche maniera, terribilmente reale sebbene incomprensibile all’uomo, il Salvatore prese su di Sé il peso dei peccati degli uomini, da Adamo fino alla fine del mondo» (Gesù il Cristo, 454–455).

Presidente John Taylor (1808–1887)

«Soffrendo sotto questo carico concentrato, questa intensa e incomprensibile pressione, questa terribile imposizione della giustizia divina, che il debole essere umano evitò, e a causa dell’agonia che Lo portò a sudare grosse goccie di sangue, Egli esclamò: ‹Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice!› [Matteo 26:39]. Lottò contro l’immenso carico in solitudine; contro i poteri delle tenebre che erano stati sciolti contro di Lui; fu posto al di sotto di tutte le cose; la Sua mente era piena di agonia e dolore; solo, senza aiuto e dimenticato; nella Sua agonia il sangue spillò da ogni poro» (The Mediation and Atonement [1882], 150).

Il Calvario

Anziano James E. Talmage

«Sembra che, oltre alla spaventosa sofferenza conseguente alla crocifissione, si fosse riaccesa l’agonia del Getsemani, resa più intensa, che ogni possibile sopportazione umana. In quell’amarissima ora, Cristo morente era solo, solo nella realtà più terribile. Affinché il supremo sacrificio del Figlio si potesse adempiere in tutta la sua pienezza, sembra che il Padre Lo privasse del conforto della Sua diretta Presenza, lasciando al Salvatore degli uomini la gloria della completa vittoria sulle forze del peccato e della morte…

Il momento di debolezza, la coscienza del completo abbandono passò presto, e i naturali desideri del corpo si riaffermarono. La sete allucinante che costituiva una delle peggiori sofferenze della crocifissione, fece uscire dalle labbra del Salvatore l’unica espressione di necessità fisica di cui abbiamo notizia: ‹Ho sete› [Giovanni 19:28]—Egli disse. Uno di coloro che erano vicini, non sappiamo se romano o giudeo, discepolo o scettico, subito impregnò una spugna d’aceto in un vaso lì vicino e, dopo averla fissata in cima a una canna o ramo d’issopo l’accostò alle sitibonde aride labbra del Signore…

Rendendosi pienamente conto che Egli non era più abbandonato, ma che il Suo sacrificio espiatorio era stato accettato dal Padre e la Sua missione nella carne era stata portata a glorioso compimento, Egli gridò con voce piena di sacro trionfo: ‹È compiuto!› [Giovanni 19:30] Con riverenza, rassegnazione e sollievo, poi si rivolse al Padre dicendo: ‹Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio› [Luca 23:46]. Egli chinò il capo e volontariamente rese la Sua vita.

Gesù il Cristo era morto. La vita Gli era stata tolta solo perché Egli lo aveva voluto. Per quanto dolce e gradito fosse stato precedentemente il sollievo della morte in qualsiasi fase della Sua sofferenza, dal Getsemani alla croce, Egli visse finché tutte le cose non furono compiute come era stato stabilito» (Gesù il Cristo, 491).

La tomba vuota

Presidente John Taylor

«Come un Dio, Egli discese al di sotto di tutte le cose e rese Se stesso soggetto all’uomo nella condizione decaduta dell’uomo; come un uomo, soffrì tutte le circostanze inerenti alla Sua sofferenza nel mondo. Unto, infatti, d’olio di letizia al di sopra dei Suoi compagni, Egli si batté con i poteri degli uomini e dei diavoli, della terra e dell’inferno combinati, vincendoli. Assistito dai Suoi poteri superiori della Divinità, sconfisse la morte, l’inferno, la tomba e risorse trionfante quale Figlio di Dio, proprio Padre eterno, Messia, Principe della pace, Redentore, Salvatore del mondo» (Insegnamenti dei presidenti della Chiesa: John Taylor [2002], 43).

Presidente Spencer W. Kimball (1895–1985)

«Solo un Dio poteva far avverare il miracolo della resurrezione. Quale insegnante di rettitudine, Gesù poteva ispirare le anime alle bontà; quale profeta, poteva prevedere il futuro; quale dirigente saggio di uomini, poteva organizzare una chiesa; e quale sommo detentore del sacerdozio, Egli poteva guarire gli ammalati, dare la vista ai ciechi, perfino resuscitare le altre persone morte; ma solo come Dio poteva Egli stesso resuscitare dalla tomba, vincere definitivamente la morte e sostituire la corruttibilità con l’incorruttibilità, la mortalità con l’immortalità…

Nessuna mano umana si era messa all’opera per rimovere i sigilli della porta, né per resuscitare, né per restaurare. Nessun mago o stregone aveva invaso il recinto della tomba per agire; nemmeno il sacerdozio, esercitato da qualcun altro, era stato usato per guarirLo; solo il Dio che di proposito e volontariamente aveva deposto la propria vita, per il potere della propria divinità, aveva preso di nuovo la Sua vita… Lo spirito, che Lui stesso aveva rimesso nelle mani del Padre nei cieli quando era in croce e che, come da Lui riportato in seguito, era stato nel mondo degli spiriti, era tornato e, ignorando le impenetrabili mura del sepolcro, era entrato nella tomba, aveva ripreso possesso del corpo, aveva fatto rotolare via la pietra che chiudeva l’entrata e camminava ancora una volta in vita, insieme al corpo cambiato in immortale e incorruttibile, con tutte le sue facoltà vive e vegete.

Inspiegabile? Sì! Non comprensibile, ma incontestabile. Più di cinquecento testimoni incontestabili hanno avuto contatti con Lui. Hanno camminato con Lui, parlato con Lui, mangiato con Lui, toccato il Suo corpo e visto le ferite nel Suo costato, nelle mani e nei piedi; hanno parlato con Lui di cose a loro comuni; e, con molte evidenze innegabili, seppero che Egli era risorto e che quell’ultimo e terribile nemico, la morte, era stato vinto…

Quindi noi portiamo testimonianza che l’Essere che creò la terra e tutto quanto in essa v’è, che si manifestò sulla terra diverse volte prima della Sua nascita a Betleem, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è resuscitato e immortale, e che questo grande dono della resurrezione e dell’immortalità è ora diventata, grazie al nostro Redentore, l’eredità di tutta l’umanità» (The Teachings of Spencer W. Kimball, ed. Edward L. Kimball [1982], 17–18).

Presidente Gordon B. Hinckley

«Poi sorse il primo giorno della settimana, ora noto come giorno del Signore. A coloro che erano venuti alla tomba pieni di dolore l’angelo in attesa domandò: ‹Perché cercate il vivo tra i morti?› (Luca 24:5).

‹Egli non è qui… è risuscitato come avea detto› (Matteo 28:6).

Quello è stato il più grande miracolo della storia dell’uomo. Egli aveva già detto ai Suoi discepoli: ‹Io son la risurrezione e la vita› (Giovanni 11:25), ma i discepoli non avevano compreso. Ora essi sapevano. Egli era morto nella tristezza, nel dolore e nella solitudine; ma il terzo giorno Egli si era levato nel potere, nella bellezza e nella vita, primizia di tutti coloro che dormono, certezza per gli uomini di ogni epoca che, ‹come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saran tutti vivificati› (1 Corinzi 15:22).

Sul Calvario Egli era stato Gesù morente. Dalla tomba è emerso il Cristo vivente. La croce era stato il terribile frutto del tradimento di Giuda, che seguì il rinnegamento di Pietro. La tomba vuota ora diventava la testimonianza della Sua divinità, la sicurezza della vita eterna, la risposta all’apparentemente insolubile dilemma di Giobbe: ‹Se l’uomo muore, può egli tornare in vita?› (Giobbe 14:14)…

E poiché il nostro Salvatore vive, noi non facciamo uso del simbolo della Sua morte per rappresentare la nostra fede. Che cosa usiamo invece? Nessun segno, nessuna opera d’arte, nessuna rappresentazione di forme è adeguata per esprimere la gloria e la meraviglia del Cristo vivente. Egli ci ha detto quale simbolo dobbiamo usare quando esclamò: ‹Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti› (Giovanni 14:15).

Come Suoi seguaci non possiamo compiere alcunché di vile, alcunché di riprovevole, alcunché di cattivo senza offendere la Sua immagine. Né possiamo compiere una buona e bella azione senza far splendere più gloriosamente il simbolo di Colui il cui nome abbiamo preso su di noi. Il modo di vivere dei nostri fedeli deve essere l’unica vera espressione della nostra fede, il simbolo della nostra testimonianza del Cristo vivente, l’eterno Figlio del Dio vivente» («Il simbolo della nostra fede», Liahona, aprile 2005, 4–6).