Cercate il regno di Dio


Gordon B. Hinckley
Spero che tutti voi ricorderete che in questa domenica mi avete sentito portare testimonianza che questa è la santa opera di Dio.

Miei amati fratelli e sorelle, vi ringrazio per le vostre preghiere in mio favore. Ora prego di avere il sostegno della vostra fede.

Quando un uomo raggiunge la mia età ogni tanto si ferma a riflette su ciò che lo ha portato all’attuale situazione nella vita.

Voglio usare un po’ del vostro tempo per spiegarvelo, anche se può essere considerata una cosa egoistica. Lo faccio perché la vita del presidente della Chiesa in realtà appartiene a tutta la Chiesa. Ha poca privacy e nessun segreto. Penso che il mio discorso stamattina sarà molto diverso da qualsiasi altro discorso sentito alla conferenza generale della Chiesa.

Sono al tramonto della mia vita. Siamo tutti completamente nelle mani del Signore. Come molti di voi sapranno, recentemente sono stato operato. È stata la prima volta in novantacinque anni di vita che sono stato in un ospedale come paziente. Non lo auguro a nessuno. I dottori dicono che ho ancora qualche problema.

Sto per compiere novantasei anni. Colgo quest’occasione per esprimere gratitudine per le straordinarie benedizioni che il Signore ha riversato su di me.

Tutti compiamo delle scelte nel corso della nostra vita; alcune accompagnate dal canto di ricchezza e prosperità di una sirena, altre apparentemente meno promettenti. In qualche modo il Signore ha vegliato su di me e ha guidato le mie scelte anche se, sul momento, non erano sempre chiare.

Mi tornano alla mente le parole della poesia di Robert Frost, «La strada che non presi», che termina con questi versi:

Due strade divergevano inoltrandosi in un bosco,
Io presi quella meno battuta,
E questo cambiò tutto.
(The Poetry of Robert Frost, ed. Edward Connery Lathem [1969], 105).

Penso alle parole del Signore: «Cercate il [regno di Dio], e queste cose vi saranno sopraggiunte» (Luca 12:31).

Quarantotto anni fa alla conferenza generale di aprile fui sostenuto Autorità generale. Da allora ho parlato a ogni conferenza generale della Chiesa. Ho tenuto più di duecento discorsi. Ho trattato una gran varietà di argomenti; ma il tema dominante è stata la testimonianza di questa grande opera degli ultimi giorni.

Le cose però sono cambiate e stanno cambiando. La mia amata compagna per 67 anni mi ha lasciato due anni fa. Mi manca più di quanto riesca a esprimere. Era veramente una donna straordinaria, con cui ho camminato fianco a fianco in perfetta compagnia per più di due terzi di secolo. Quando ripenso alla mia vita, lo faccio con un certo stupore e meraviglia. Tutto ciò che è successo di buono, incluso il mio matrimonio, lo devo alla mia attività nella Chiesa.

L’altra sera ho avuto occasione di riguardare un elenco incompleto di associazioni e organizzazioni che mi hanno conferito un’onorificenza, tutte per via della mia attività nella Chiesa. I presidenti degli Stati Uniti, un buon numero, sono venuti nell’ufficio della presidenza della Chiesa. Sulla parete del mio ufficio c’è una fotografia in cui regalo un Libro di Mormon al presidente Ronald Reagan. Conservo la Medaglia presidenziale della libertà conferitami dal presidente Bush. Sono stato alla Casa Bianca per una serie di occasioni. Ho ospitato e conosciuto primi ministri e ambasciatori di molte nazioni, tra cui Margaret Thatcher e Harold MacMillan, del Regno Unito.

Ho conosciuto e lavorato con ogni presidente della Chiesa da Heber J. Grant fino ad Howard W. Hunter. Ho conosciuto e voluto bene a tutte le Autorità generali per tutti questi lunghi anni.

Ora sto cercando di occuparmi dei molti libri e manufatti che ho accumulato nel corso degli anni. Nel farlo ho ritrovato un vecchio diario con saltuarie annotazioni degli anni dal 1951 al 1954. A quel tempo ero consigliere della presidenza del mio palo e non ero ancora stato chiamato come Autorità generale.

Nel rileggere quel vecchio diario ho ricordato con gratitudine, grazie alla bontà del Signore, come ho potuto conoscere bene i membri della Prima Presidenza e del Quorum dei Dodici. Ora nessuno potrebbe avere tale opportunità perché la Chiesa è molto più grande.

Il diario contiene annotazioni come queste:

«11 marzo 1953—Il presidente McKay ha discusso con me il programma della conferenza di aprile per i presidenti di missione».

«Giovedì 19 marzo—Joseph Fielding Smith mi ha chiesto di scegliere uno dei Fratelli per spiegargli come organizzare le conferenze del sabato sera per i missionari… Credo che dovrebbero occuparsene Spencer W. Kimball o Mark E. Petersen».

«Giovedì 26 marzo—Il presidente McKay ha raccontato una storia interessante. Ha detto: ‹Un agricoltore aveva un grosso appezzamento di terreno. Quando invecchiò era diventato troppo grande per lui. Egli aveva dei figli; li chiamò attorno a sé e disse loro che avrebbero dovuto occuparsi del lavoro. Il padre si ritirò. Un giorno però andò in giro per i campi. I figli gli dissero di andare via perché non avevano bisogno del suo aiuto. Lui rispose: «La mia presenza in questa fattoria vale di più del lavoro di voi tutti». Il presidente McKay disse che il padre in quella storia rappresentava il presidente Stephen L. Richards, che era ammalato ma il cui contributo e amicizia volevano dire molto per il presidente McKay».

«Venerdì 3 aprile 1953—Ho partecipato a una riunione nel tempio con le Autorità generali e i presidenti di missione dalle 9:00 alle 15:30. Hanno parlato più di 30 presidenti di missione. Tutti vogliono più missionari. Tutti stanno facendo dei progressi».

«Martedì 14 aprile—Ho incontrato il presidente Richards nel suo ufficio e ho avuto una piacevole conversazione. Sembra stanco e debole. Sento che è stato preservato dal Signore per un grande scopo».

«Lunedì 20 aprile 1953—Ho avuto un colloquio interessante con Henry D. Moyle del Consiglio dei Dodici Apostoli».

«15 luglio 1953—Albert E. Bowen, membro del Consiglio dei Dodici, è morto dopo più di un anno di grave malattia. Un altro amico se n’è andato… Lo conoscevo bene. Era un uomo saggio e affidabile. Non gli si poteva mettere fretta e non andava mai di fretta. Era estremamente cauto: un uomo di straordinaria saggezza, un uomo di grande e semplice fede. I dirigenti vecchi e saggi se ne stanno andando. Erano miei amici. In breve tempo ho visto molti dei grandi uomini della Chiesa andare e venire. Ho lavorato con la maggior parte di loro e li ho conosciuti bene. Il tempo trova il modo di cancellare il loro ricordo. Ancora cinque anni e nomi come Merrill, Widtsoe, Bowen—tutte figure possenti—saranno dimenticate quasi da tutti. Un uomo deve trarre la sua soddisfazione dal lavoro di ogni giorno, deve riconoscere che la sua famiglia potrà ricordarlo, e che può contare per il Signore, ma al di là di quello, sarà piccolo il suo monumento nelle generazioni a venire».

E via di seguito. L’ho letto solo per illustravi il rapporto che ho avuto da giovane con i membri della Prima Presidenza e del Quorum dei Dodici.

Nel corso degli anni ho anche lavorato tra le persone della terra ridotte in povertà, e ho condiviso con loro il mio amore, le mie cure e la mia fede. Ho anche conosciuto uomini e donne di prestigio e statura di molte parti del mondo. Avendo avuto queste occasioni, spero di aver dato almeno un piccolo contributo.

Quando ero un ragazzino di soli undici anni, ricevetti una benedizione patriarcale da un uomo che non avevo mai visto prima e che non rividi mai più. È un documento straordinario, un documento profetico. È personale e non ve ne leggerò gran che. Tuttavia contiene questa dichiarazione: «Le nazioni della terra udranno la tua voce e saranno portate a conoscenza della verità dalla grandiosa testimonianza che tu porterai».

Quando fui rilasciato dalla mia missione in Inghilterra, feci un breve giro sul continente. Avevo portato la mia testimonianza a Londra, e così feci a Berlino, e di nuovo a Parigi, e poi a Washington, D.C. Mi dissi che avevo reso la mia testimonianza in quelle grandi capitali del mondo e che avevo così adempiuto quella parte della mia benedizione.

In seguito si dimostrò essere solo l’inizio della profezia. Da allora ho levato la mia voce in ogni continente, in città grandi e piccole, su e giu dal nord al sud, dall’est all’ovest in questo vasto mondo—da Città del Capo a Stoccolma, da Mosca a Tokyo a Montreal, in ogni grande capitale del mondo. È un miracolo.

L’anno scorso ho chiesto ai membri della Chiesa in tutto il mondo di rileggere il Libro di Mormon. Migliaia, centinaia di migliaia hanno accettato quella sfida. Nel 1841 il profeta Joseph Smith disse: «Ho detto ai fratelli che il Libro di Mormon è il più giusto di tutti i libri sulla terra e la chiave di volta della nostra religione, e che un uomo si avvicina di più a Dio obbedendo ai suoi precetti che a quelli di qualsiasi altro libro» (History of the Church, 4:461).

Accettando la veridicità di questa dichiarazione, penso che al popolo di questa Chiesa sia dovuto accadere qualcosa di meraviglioso. Sono stati visti mentre leggevano il Libro di Mormon sull’autobus, mentre consumavano il pranzo, nelle sale di attesa dei dottori e in molte altre situazioni. Credo e spero che ci siamo avvicinati maggiormente a Dio grazie alla lettura di questo libro.

Lo scorso dicembre ho avuto il privilegio, insieme a molti di voi, di rendere omaggio al profeta Joseph Smith per il duecentesimo anniversario della sua nascita. Con l’anziano Ballard sono stato nel luogo in cui nacque, nel Vermont, mentre questo grande Centro delle conferenze era tutto occupato dai Santi degli Ultimi Giorni, e la parola è stata portata via satellite in tutto il mondo in onore dell’amato Profeta di questa grande opera degli ultimi giorni.

E potrei continuare. Mi scuso nuovamente per aver parlato di cose personali. Tuttavia lo faccio solo come espressione di apprezzamento e gratitudine per la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, e tutto ciò è accaduto per via della posizione in cui mi ha messo il Signore. Il mio cuore è colmo di gratitudine e amore.

Ripeto:

Due strade divergevano inoltrandosi in un bosco,
Io presi quella meno battuta,
E questo cambiò tutto.

Confido che non considererete quello che ho detto come un necrologio. Piuttosto attendo fiducioso la possibilità di parlarvi di nuovo ad ottobre.

Ora, in conclusione, spero che tutti voi ricorderete che in questa domenica mi avete sentito portare testimonianza che questa è la santa opera di Dio. La visione data al profeta Joseph Smith nel bosco di Palmyra non è stata una cosa immaginaria. Fu reale. Avvenne alla chiara luce del giorno. Il Padre e il Figlio parlarono al ragazzo. Egli Li vide sospesi nell’aria sopra di lui. Udì le loro voci. Ascoltò le Loro istruzioni.

Fu il Signore risorto ad essere presentato da Suo Padre, il grande Dio dell’universo. Per la prima volta nella storia documentata sia il Padre che il Figlio apparvero insieme per scostare il velo e aprire questa, l’ultima e finale dispensazione, la dispensazione della pienezza dei tempi.

Il Libro di Mormon è tutto ciò che dichiara di essere: un’opera scritta da profeti che vissero anticamente e le cui parole sono venute alla luce per «convincere i Giudei e i Gentili che Gesù è il Cristo, l’Eterno Iddio, che si manifesta a tutte le nazioni» (frontespizio del Libro di Mormon).

Il sacerdozio è stato restaurato per mano di Giovanni Battista, e di Pietro, Giacomo e Giovanni. Tutte le chiavi e l’autorità inerenti alla vita eterna sono esercitate in questa Chiesa.

Joseph Smith era ed è un profeta, il grande profeta di questa dispensazione. Questa chiesa, che porta il nome del Redentore, è vera.

Lascio a ciascuno di voi la mia testimonianza e il mio affetto. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.