2007
Il topino natalizio di mia madre
Dicembre 2007


Il topino natalizio di mia madre

Quand’ero bambina negli anni ’50 e ’60, le nostre tradizioni natalizie non erano elaborate, eccetto che per le calze. Poiché a noi bambini piacevano molto le calze natalizie, continuammo la tradizione dopo che ci sposammo e avemmo figli. Tuttavia comprare le sorprese e preparare decine di calze divenne troppo faticoso per i miei anziani genitori, specialmente per mia madre che soffriva di una grave forma di artrite reumatoide che limitava i suoi movimenti e la sua energia.

Alla fine mi offrii volontaria di occuparmi del progetto. Quando arrivò la nostra serata familiare annuale estesa ai parenti, in cui recitavamo la storia di Natale e aprivamo le nostre calze, io ero esausta per gli impegni derivanti dall’essere madre di tanti bambini piccoli che doveva gestire una vita molto attiva. Mentre osservavo gli altri che pescavano i loro doni dalle calze variopinte che avevo preparato con attenzione, ero un po’ dispiaciuta per me stessa.

Come previsto, la mia calza era vuota eccetto che per i soliti dolcetti che vi avevo posto in precedenza. Mentre li tiravo fuori notai un topino scompigliato fatto di noci e nocciole. Un orecchio era molto più grande dell’altro e i baffetti erano curvi. La coda era stata tagliata troppo corta e il gancio per attaccarlo all’albero era decentrato. Ero molto confusa. Forse qualche progetto della scuola materna era finito nella mia calza?

Alzai lo sguardo e vidi mia madre che mi osservava dall’altra parte della stanza sulla sua sedia a rotelle. Con un dito nodoso e curvo mi fece un cenno.

«Volevo fare qualcosa per le calze di Natale. Hanno fatto questi topini alla Società di Soccorso, ed erano tanto carini».

Le lacrime stavano per scendere sul suo volto e la sua voce gentile tremò quando continuò:

«Non sono riuscita a far funzionare le mie dita, così ne ho fatto solo uno. Non è venuto bene, ma sapevo che non ci avresti badato».

Guardai nuovamente il topino nella mia mano. Aveva ragione, non ci badai. Il topino arruffato divenne infatti il tesoro più prezioso di quel Natale.

Per più di vent’anni ho rimosso teneramente la carta velina che ricopriva il topino deforme fatto da mani deformi, e l’ho posto con attenzione su un ramo. Da molti anni il mio angelo di madre si è liberato del suo corpo storpiato, ma il suo topino di Natale mi ricorda tuttora due profonde verità:

la prima è che mia madre mi onorò credendo che potessi guardare al di là delle orecchie curve del topo e sentire l’amore e il sacrificio che ci vollero per la sua creazione; la seconda è che se io, quale essere imperfetto, sono capace di trovare bello un umile topino, quanto più il nostro Padre celeste è capace di vedere al di là dei nostri sforzi imperfetti e di comprendere le nostre pure intenzioni.

So che quando facciamo del nostro meglio per dare agli altri e a Lui, il nostro dono non solo è sufficiente: ha un valore incalcolabile.