2007
La diversità della Chiesa rompe gli stereotipi
Luglio 2007


La diversità della Chiesa rompe gli stereotipi

Ad Harlem, un vescovo afro- americano guida la sua congregazione in preghiera. A Miami, i vicini entrano in una cappella giallo brillante e si salutano in haitiano. A Salt Lake City, un insegnante istruisce in cinese la sua classe evangelica. Nel frattempo, in Florida, un’intera congregazione canta nella poesia fisica del linguaggio dei segni, e in California un bambino fa il suo primo discorso in Primaria in spagnolo.

Queste descrizioni sono in netto contrasto con l’immagine stereotipata che molti hanno dei membri della Chiesa negli Stati Uniti, cioè di bianchi dello Utah di ceto medio; tuttavia rappresentano accuratamente il nuovo volto dei membri della Chiesa, che sono sempre più diversi e rispecchiano una vasta gamma di culture ed esperienze.

Questa diversità non è passata inosservata ai media, che ne hanno parlato con titoli come «I Mormoni aumentano nei quartieri popolari—La Chiesa attira più neri e ispanici» del Philadelphia Inquirer, o «La Chiesa SUG si prende cura dei fedeli dei quartieri popolari» del Denver Post, o «Fede multirazziale» del Chicago Reporter, o «Un edificio più grande attira i Mormoni di Harlem» del New York Times.

Jan Shipps, professoressa emerita di storia e studi religiosi dell’Università dell’Indiana, ha detto che i giornalisti la chiamano spesso, sorpresi dalla crescita della Chiesa nei quartieri popolari. «‹Dove sono i Mormoni?›, mi chiedono. Rispondo loro: ‹Sono dappertutto›».

Per esempio, negli Stati Uniti più di 150 congregazioni di santi parlano un totale di 20 lingue differenti, inclusi il polacco, il navajo, il russo, lo spagnolo e il tedesco.

La crescita della Chiesa è attribuita in massima parte al programma missionario volontario, il più grande al mondo nel suo genere. Oltre 52.000 missionari insegnano in 347 missioni in più di 140 Paesi.

«Lavoriamo duramente per dare un messaggio di speranza», ha detto l’anziano Earl C. Tingey della Presidenza dei Settanta.

«Diamo un messaggio che aiuta le famiglie. Portiamo speranza su come un padre può essere un padre, una madre una madre—e tutto ciò basandoci sugli insegnamenti di Gesù Cristo».

Al tempo stesso, l’anziano Tingey ha prontamente sottolineato la peculiarità della fede dei Santi degli Ultimi Giorni nel mondo cristiano. Ha detto che la Chiesa non è né cattolica né protestante, ma una restaurazione dell’antica Chiesa di Gesù Cristo.

La Chiesa sta inoltre crescendo più varia a livello internazionale. Oltre la metà del totale dei membri della Chiesa risiede fuori dagli Stati Uniti, un traguardo raggiunto nel febbraio del 1996.

Questo popolo di quasi 13 milioni di fedeli è ormai molto lontano dai sei membri dell’aprile 1830, quando Joseph Smith organizzò la Chiesa nello Stato di New York.

Tale crescita tra culture e nazioni diverse è diventata la sfida primaria della Chiesa. Per farvi fronte, la Chiesa traduce le Scritture, gli atti delle conferenze, le trasmissioni via satellite, i manuali, le riviste, i programmi per computer, le informazioni dei siti web e altro ancora in più di 100 lingue diverse. Come risultato, il servizio di traduzione rappresenta una delle più vaste di tali reti nel mondo.

In un discorso tenuto nel 2000 presso il National Press Club di Washington, D.C., il presidente della Chiesa Gordon B. Hinckley ha detto che la crescita della Chiesa ha comportato serie sfide: «La prima è l’addestramento dei dirigenti locali», ha affermato il presidente Hinckley. «La seconda… è fornire luoghi di riunione, visto che cresciamo così rapidamente».

Nello sforzo di soddisfare il bisogno di case di riunione, centinaia di nuovi edifici sono in costruzione nel mondo ogni anno.

Ma addestrare i dirigenti di congregazioni in cui nessuno appartiene alla Chiesa da molto tempo costituisce una sfida particolare. In certi Paesi dove la Chiesa è stata stabilita solo recentemente, alcuni dirigenti hanno ricevuto il loro incarico solo pochi mesi dopo essere entrati a far parte della Chiesa. Questi nuovi dirigenti hanno pochi modelli di riferimento.

Riconoscendo la sfida, la Chiesa ha stabilito uffici d’area in tutto il mondo, presieduti dalle autorità generali. Esse si incontrano regolarmente con i dirigenti locali e li addestrano nella loro lingua nativa.

Questa grande crescita comporta anche la sfida di unificare Santi degli Ultimi Giorni di diverse culture. L’anziano Dallin H. Oaks del Quorum dei Dodici Apostoli ha detto che la crescente diversità tra i fedeli è semplicemente una condizione, non un obiettivo della Chiesa. L’obiettivo reale è l’unità, non la diversità: «Noi predichiamo l’unità tra le comunità dei santi e la tolleranza verso le differenze personali che sono inevitabili nelle convinzioni e nei comportamenti di popolazioni diverse».

Il risultato è evidente negli sforzi fatti per insegnare ai Santi degli Ultimi Giorni nel mondo le dottrine della Chiesa e per addestrare i dirigenti locali senza imporre la cultura statunitense.

«A volte la nostra cultura e quella occidentale sono molto diverse» dice Seung Hwun Ko, un membro della Chiesa a Seoul in Corea. «Ma quando parliamo del Vangelo di Gesù Cristo, ci troviamo».