Come poteva perdonarlo?

Thomas E. Horlacher

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    Era il 1961 quando io e l’anziano Roger Slagowski un giorno stavamo andando di porta in porta a Wilhelmshaven, Germania Ovest, e una vedova attempata gentilmente c’invitò ad entrare nel suo umile appartamento. Mi sorpresi a tal punto da chiederle se aveva capito chi fossimo. Ella rispose di sì e ci spiegò che ci stava aspettando.

    Ci raccontò che decenni prima, quando era una giovane madre, due anziani Santi degli Ultimi Giorni avevano bussato alla sua porta ma, poiché in quel momento era affaccendata, li aveva mandati via. In seguito si sentì in colpa e promise solennemente che se i missionari mormoni avessero nuovamente bussato alla porta, ella li avrebbe fatti entrare.

    Emma Henke era perspicace e ascoltava attentamente il nostro messaggio, anche se spesso pareva assente. Con noi era gentile, sempre desiderosa di condividere il suo scarso cibo, ma noi ci chiedevamo se comprendesse veramente l’importanza del nostro messaggio. Alla fine decidemmo d’inserirla nell’elenco delle persone da visitare di tanto in tanto, quando eravamo nei paraggi.

    Qualche settimana dopo passammo da lei. Mentre stavamo parlando, improvvisamente Emma ci sorprese, annunciandoci che voleva essere battezzata.

    Fu solo allora che iniziò a raccontarci particolari della sua esistenza difficile. Durante gli ultimi giorni della prima guerra mondiale aveva perso una figlia piccola. Nel 1924, una figlia di nove anni era morta di difterite. Nell’inverno del 1941–42 aveva ricevuto l’ultima lettera dal figlio ventunenne che, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, combatteva sul fronte russo. Poco dopo apprese che era deceduto.

    Il marito di Emma, Hugo, aveva disprezzato la condotta del governo nazista. Spesso ella lo aveva supplicato di essere più cauto. All’inizio del 1944, dopo che un radio compasso del governo aveva isolato un segnale della British Broadcasting Corporation nella casa degli Henke, la Gestapo irruppe in casa e lo arrestò. Fu inviato in un campo di concentramento vicino ad Amburgo. Emma e l’ultimo bambino sopravvissuto furono lasciati a badare a se stessi.

    Ella si recò dall’ufficiale nazista locale, responsabile dell’imprigionamento del marito, e lo supplicò in ginocchio che risparmiasse la vita del suo amato, ma senza successo. Nel marzo del 1945 apprese della morte di Hugo. Quell’ufficiale in seguito era stato condannato all’ergastolo, ma era stato rilasciato poco prima che bussassimo alla porta di Emma. Raccontò che lo vedeva spesso di fretta per le strade della città a bordo di una costosa automobile nuova. Il giorno che richiese di essere battezzata, Emma ci spiegò che alla fine aveva trovato la forza di perdonare l’uomo per averle portato via il marito e aver rigettato le sue suppliche per ottenere misericordia. Aveva fermamente deciso di lasciare il giudizio nelle mani del Signore.

    Emma divenne un fedele membro della Chiesa e trovò grande gioia e conforto scoprendo i principi del vangelo restaurato. Nel novembre del 1966, mentre attraversava di fretta una piazza a Wilhelmshaven diretta a una riunione della Società di Soccorso, collassò e morì per un attacco di cuore.

    La sorella Henke si rifiutò di amareggiarsi a seguito delle prove e morì libera dal rancore della vendetta. Certamente questa cara sorella ebbe una riunione meravigliosa con coloro che aveva amato e perso.