Händel e il dono del Messiah

Anziano Spencer J. Condie

Membro dei Settanta dal 1989 al 2010

Elder Spencer J. Condie
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    Al termine dei giorni divinamente concessici, possiamo noi riconoscere, con Händel, che Dio ci ha visitati.

    Georg Friedrich Händel sembra essere nato musicista. In Germania da ragazzo divenne un grande violinista e organista. Dopo aver composto la sua prima opera in Germania, si trasferì in Italia, che era il centro operistico mondiale, per provare a comporre nello stile italiano. Lì ottenne qualche successo come compositore operistico e di musica da camera.

    Nel 1711, all’età di ventisei anni, Händel decise di trasferirsi in Inghilterra, dove le sue opere e i suoi oratori riscossero inizialmente un certo successo. Verso il 1740, tuttavia, il pubblico britannico si entusiasmava meno per le opere cantate in tedesco o in italiano; preferiva invece l’opera buffa, come ad esempio L’opera del mendicante. Così, per diversi anni Händel fece fatica a tenere lontani dalla porta di casa i lupi, ossia i suoi creditori.

    Nel 1737, dopo essersi spinto sino al suo limite fisico componendo quattro opere in dodici mesi, il compositore cinquantaduenne ebbe un ictus, che gli paralizzò temporaneamente il braccio destro. Un medico disse al fedele segretario di Händel: “Forse riusciamo a salvare l’uomo, ma il musicista è perso per sempre. Penso che il suo cervello sia permanentemente lesionato”.1

    Il compositore sfidò la diagnosi. Col tempo, il suo corpo rispose positivamente a un trattamento presso le sorgenti termali di Aix-la-Chapelle (Aachen, in Germania) ed egli recuperò le forze fisiche. Dopo aver provato a suonare l’organo nella vicina cattedrale, proclamò giubilante: “Sono ritornato dall’Ade”.2

    Quando ritornò a Londra e riprese a comporre opere, il suo lavoro non fu bene accolto e i creditori ricominciarono a perseguitarlo. Fortemente scoraggiato, iniziò a chiedersi: “Perché Dio ha permesso la mia risurrezione, soltanto per lasciare che gli uomini mi seppelliscano di nuovo?”3 Nell’aprile 1741 tenne quello che pensava dovesse essere un concerto d’addio. La sua creatività si era spenta. Un biografo scrisse: “Non c’era un inizio né una fine. Händel era completamente vuoto”.4

    Un tardo pomeriggio dell’agosto di quello stesso anno, Händel tornato a casa da una camminata lunga e faticosa trovò che un poeta, nonché precedente collaboratore, Charles Jennens, gli aveva lasciato un manoscritto. Quel libretto citava largamente le Scritture, in particolare le parole di Isaia che predicevano la nascita di Gesù Cristo e ne descrivevano il ministero, la crocifissione e la risurrezione. L’opera doveva essere un oratorio. Visti i precedenti insuccessi, Händel lesse con apprensione il testo.

    “Consolate, consolate”, le prime parole del manoscritto, gli sembrarono come saltare fuori dalla pagina e dissiparono le nubi oscure che da molto avevano avvolto Händel. La depressione lo lasciò e le emozioni si animarono e passarono dall’interesse all’entusiasmo, man mano che leggeva le proclamazioni angeliche sulla nascita del Salvatore e le profezie di Isaia sul Messia, che sarebbe venuto al mondo come gli altri comuni neonati. Quando lesse “Poiché un fanciullo ci è nato” gli venne in mente una melodia ben conosciuta che aveva composto in precedenza. Le note si distillarono nella sua mente più velocemente di quanto la matita riuscisse a scrivere sulla carta mentre catturava l’immagine di un amorevole Buon Pastore nell’aria intitolata “Egli pascerà il suo gregge”. Giunse poi l’esultanza senza freni dell’ “Alleluia” seguito dalla testimonianza dolce e superna di “Io so che il mio Vindice vive”. L’opera giunse alla sua conclusione maestosa con “Degno è l’Agnello”.

    Dopo tutta la musica che aveva composto nella vita, Händel alla fine sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo per quest’opera singolare, il Messiah, composta per lo più in solo tre settimane sul finire dell’estate del 1741. Dopo aver completato la composizione, con umiltà riconobbe: “Dio mi ha visitato”.5 Concordano coloro che avvertono il tocco dello Spirito Santo quando sentono la possente testimonianza del Messiah di Händel.

    Con coloro che patrocinarono la prima esecuzione dell’oratorio, il musicista firmò che i guadagni derivanti da quella esecuzione del Messiah e da quelle successive “fossero donate ai prigionieri, agli orfani e ai malati. Io sono stato molto malato e ora sono sano”, spiegò. “Ero prigioniero e sono stato liberato”.6

    Dopo la prima esecuzione londinese del Messiah, un mecenate si complimentò con Händel per l’ottimo “intrattenimento”.

    “Mio signore, sarei molto dispiaciuto se li avessi soltanto intrattenuti”, rispose umilmente Händel. “Vorrei renderli migliori”.7

    Alla fine era stato alleviato dalla sua ricerca incessante di fama, fortuna ed elogio pubblico, ma solo dopo aver composto la sua opera maestra per un pubblico che comprendeva anche coloro che non facevano parte di questa terra. Le cose che contavano di più non erano più alla mercé di quelle che contavano meno. Händel, il compositore irrequieto, aveva trovato pace.

    Lezioni dalla vita di Händel

    Che lezioni possiamo apprendere dalla vita di Georg Friedrich Händel e dalla composizione di un’opera musicale che è diventata una pietra miliare spirituale?

    1. Dobbiamo sviluppare fiducia nelle nostre capacità e imparare a vivere valutando obiettivamente il nostro lavoro. Il poeta Rudyard Kipling affermò: “Confida in te quando tutti dubitano di te, ma chiediti anche perché dubitano”.8

    2. La quantità non è un sostituto della qualità e della varietà. Le opere precedenti di Händel sono state per lo più dimenticate. I loro modelli prevedibili e convenzionali non sono riusciti a ispirare; ogni opera suonava molto simile ad altre che aveva composto.

    3. Quando agiamo seguendo l’ispirazione, svolgiamo un’opera celeste. Non possiamo costringere lo Spirito, tuttavia, quando giungono l’ispirazione e la rivelazione, dobbiamo prestare attenzione e agire seguendo i suggerimenti. Il Signore ha promesso: “Il potere del mio Spirito vivifica ogni cosa” (DeA 33:16).

    4. Dobbiamo riconoscere la fonte dell’ispirazione e della rivelazione. Siamo soltanto strumenti nell’opera che compiamo per aiutare il prossimo. Dobbiamo renderci conto, come fece Händel quando sviò l’onore tributatogli per ciò che aveva scritto, che “Dio [ci] ha visitat[i]”.

    5. Non dobbiamo mai sottovalutare il potere della parola. C’è un potere nella parola di Dio che supera di molto quello insito nelle parti narrative degli scrittori più talentuosi del mondo (vedere Alma 31:5).

    6. Il vero significato spirituale di un’opera è comunicato dalla testimonianza dello Spirito Santo. “Quando un uomo parla [o canta] per il potere dello Spirito Santo, il potere dello Spirito Santo lo porta fino al cuore dei figlioli degli uomini” (2 Nefi 33:1).

    7. Il potere è in Dio e nelle Sue opere, non nelle nostre parole. Parlando dei professori di religione di quel tempo, il Salvatore disse a Joseph Smith: “Si avvicinano a me con le labbra ma il loro cuore è distante da me… hanno una forma di religiosità, ma ne rinnegano la potenza” (Joseph Smith—Storia 1:19). Händel aveva composto altri oratori e opere basati su testi biblici, ma la forma della sua musica non corrispondeva al potere delle Scritture, ossia alle possenti profezie di Isaia sulla nascita e sul ministero del Salvatore, oppure all’adempimento di tali profezie come si legge nell’Apocalisse e nei vangeli di Luca e Giovanni. Nel Messiah troviamo sia la forma di religiosità sia la potenza. Nel Messiah, le labbra e il cuore si avvicinano al cielo.

    In questa vita, ognuno di noi, come Georg Friedrich Händel, è impegnato in un’impresa spirituale creativa. Sia la cura fisica della vita sia vivere in maniera retta i nostri giorni sulla terra sono conseguimenti spirituali. Prego che possiamo essere sensibili all’ispirazione dall’alto, in modo che possiamo essere ispirati affinché i frutti del nostro lavoro ispirino il prossimo. Quando cerchiamo di aiutare gli altri, prego che possiamo non essere vincolati da modelli temporali e da percezioni auto imposte che limitano la nostra creatività spirituale ed escludono la rivelazione.

    Nel suo poema epico, Aurora Leigh, Elizabeth Barrett Browning espresse questo eloquente pensiero:

    La Terra è zeppa di cielo,

    e in ogni comune cespuglio arde la fiamma di Dio;

    ma soltanto chi vede si toglie le scarpe;

    il resto degli uomini si siede attorno e raccoglie le more.9

    Possa ognuno di noi slacciarsi le scarpe e riempire la propria opera con l’essenza del cielo e che nessuno di noi sia trovato a raccogliere le more quando un lavoro molto più grandioso e nobile va svolto.

    Al termine dei giorni divinamente concessici, possiamo noi riconoscere, con Händel, che Dio ci ha visitati nella nostra opera.

    Ritratto di Händel attribuito a Balthasar Denner © Getty Images; fotografia di violino di Matthew Reier; fotografia di Jed Clark© iri

    La nascita di Gesù, di Carl Heinrich Bloch, riprodotto per gentile concessione del National Historic Museum di Frederiksborg a Hillerød, in Danimarca, è vietata la riproduzione;; Cristo istruisce Marta e Maria, di Soren Edsberg, è vietata la riproduzione; Cristo guarisce il cieco, di Carl Heinrich Bloch, riprodotto per gentile concessione del National Historic Museum di Frederiksborg a Hillerød, in Danimarca, è vietata la riproduzione; fotografie di Richard M. Romney

    Gesù rinnegato da Pietro, di Carl Heinrich Bloch, fotografia di Charlie Baird dell’originale che si trova nel National Historic Museum di Frederiksborg a Hillerød, in Danimarca; Le tre Marie presso la tomba © SuperStock, è vietata la riproduzione; illustrazioni fotografiche di Matthew Reier, Craig Dimond, Christina Smith, John Luke e Hyun-Gyu Lee

    Mostra riferimenti

    Note

    1. 1.

      Stefan Zweig, The Tide of Fortune: Twelve Historical Miniatures (1940), 104.

    2. 2.

      The Tide of Fortune, 107.

    3. 3.

      The Tide of Fortune, 108.

    4. 4.

      The Tide of Fortune, 110.

    5. 5.

      The Tide of Fortune, 121.

    6. 6.

      The Tide of Fortune, 122.

    7. 7.

      Donald Burrows, Handel: Messiah (1991), 28; vedere anche “A Tribute to Handel”, Improvement Era, maggio 1929, 574.

    8. 8.

      Rudyard Kipling, “If—”, The Best Loved Poems of the American People, Hazel Felleman (1936), 65.

    9. 9.

      Elizabeth Barrett Browning, citata in John Bartlett, Familiar Quotations, quattordicesima edizione (1968), 619.